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Storia - Il Feudo di Campana Stampa E-mail
Scritto da Carmine F. Petrungaro   
 Il Feudo di Campana -
Approfondimenti sulla storia del feudalesimo - Care amiche e amici, con la nuova sezione "Storia di Campana", siamo giunti al seconco capitolo, dedicato all'epoca feudale di Campana e tratto dalla grande opera storiografica "Campana - Itinerari di Storia" di Mons. Luigi Renzo, che ce l'ha messa con tanta gentilezza  a nostra disposizione. E' inutile dire che con questa opera si arrichisce notevolmente il nostro portale e non possiamo fare a meno che ringraziare ancora il nostro più illustre compaesano Mons. Luigi Renzo, Vescovo della Diocesi Mileto-Nicotera-Tropea...

 Sintesi sulla storia del feudalesimo
 
E' ovvio che prima di voler parlare del "Feudo di Campana", vogliamo approfondire con una piccola sintesi la storia del feudalesimo. Purtroppo c'è gente che non sa neanche che cos'è il feudalesimo. Per carità, ognuno hai i suoi gusti e i suoi interessi culturali, ma anzichè di copiare semplicemente dai testi di Mons. Luigi Renzo e riportarli in maniera meno appassionata, pensiamo che un po' di approfondimento sull'argomento non nuoce. Ovviamente è un argomento molto complesso dal punto di vista storico, culturale e sociale e perciò non possiamo divagare a lungo... Ecco quindi una piccola sintesi della storia del feudalesimo...
 
 Le prime forme di feudalesimo ebbero origini nel periodo del Tardo Impero Romano, a causa delle continue invasioni barbariche e devastazioni che nel IV e V secolo avvenivano ormai con maggiore frequenza. L’esercito romano e soprattutto quello occidentale non riusciva più a garantire una sufficiente protezione dalle orde di barbari e briganti che infestavano le province e che precipitarono l'Impero nell’anarchia totale. Il feudalesimo è nato in quei tempi come una forma di risposta ai disagi economici, militari, alla mancante protezione delle legioni e al crollo dell'organismo dello Stato. Attorno alle grandi proprietà terriere dell’aristocrazia  romana e dei signori locali nascevano dei borghi, formati dal crescente e continuo afflusso di profughi e sfollati, che si spostavano dai confini verso l’entroterra, per cercare protezione. L’aristocrazia locale e i latifondisti accrescevano a dismisura il proprio potere di fronte all'improvviso mancare della forza centrale  e statale. Agirono come piccoli reucci e provocarono il frazionamento dell'autorità politica dell‘imperatore. Ogni proprietario che aveva vasti terreni e bestiame e che viveva dal commercio, forniva all’impero grandi risorse economiche e l’approvvigionamento per l’esercito. In cambio si otteneva protezione. Ma con le sempre più frequenti invasioni barbariche e i grandi disagi che ne derivavano per l’esercito, questo patto non era più praticabile. L’aristocrazia quindi, non si vide più ricambiata per i propri servigi e si adattò alla nuova situazione, assoldando un proprio esercito mercenario e privato. In aggiunta costruirono i primi castelli fortificati e strutture di protezione attorno alle fattorie. In questo modo erano in grado di proteggere se stessi e di fornire protezione anche alla popolazione civile locale e ai contadini dell’area, dei quali però, con la propria forza economica ne avevano assorbito la  piccola proprietà. In cambio di protezione i feudatari esigevano e obbligavano i coloni e i contadini non solo a porsi sotto la loro protezione e allo stato di vassallo, ma a lavorare per loro senza paga e sempre alle condizioni a loro dettate. I feudatari esercitavano sulla gleba un'autorità quasi assoluta e tendevano nell’ambito delle proprie terre  di diventare piccoli sovrani, quanto più si aggravava la debolezza del governo.
 
Questo nuovo concetto si accentuò nell’alto medioevo, con la decadenza dell’Impero Carolingio, che con la sua caduta e la morte di Carlo Magno, ebbe inizio il suo frazionamento feudale. Come già avvenuto durante la caduta dell’Impero Romano, allo stesso modo i conti e i marchesi franchi, nominati da Carlo Magno suoi rappresentanti nelle contee e nelle marche, governavano i territori, ad essi affidati, con un'autonomia, che diveniva sempre maggiore. Il clero e i vescovi e gli abati non si comportavano diversamente, che tendevano a comandare con il pugno di ferro sui fedeli sottomessi al loro pastorale. Con lo sfacelo dello stato unitario di Carlo Magno succedette quel frazionamento politico detto feudalesimo. Esso si diffuse in quasi tutti i paesi dell’Impero Carolingio e dell’Europa e con i Normanni arrivò in modo accentuato anche in Calabria e a Campana. Alcuni storici di oggi sono del parere che, il feudalesimo importato dai Normanni, divenuto forma sociale ed economica del Regno delle Due Sicilie, abbia contribuito all'attuale precaria situazione economica, bancaria ed industriale del Mezzogiorno e al sottosviluppo generale e culturale del Sud Italia, mentre al Nord si stavano formando i primi comuni di pensiero più liberale e dedito al commercio e a uno dei primi sistemi bancari in Europa. Il discorso così semplificato dagli storici, di dare tutte le colpe al sistema feudale dei Normanni non torna. Anche perchè a distanza di tanti secoli, non si può fare un'analisi più attenta. Inoltre aggiungo che il Sud non è affatto sottosviluppato a livello culturale, bensì molto vivace, vario e anche superiore a tante altre regioni del Nord Italia. Voglio ricordare anche che prima dell'unità politica d'Italia, il Sud ha sfornato la prima linea ferroviaria della nostra penisola. La siderurgia era tra le prime tre, dopo quella francese e britannica. Anche la flotta del Sud e l'ingegneria superiore dei cantieri navali del Sud erano tra le prime tre in Europa. La produzione della seta, del vetro della carta, della ceramica era tra le più apprezzate e prosperose, con grande risonanza in tutta Europa. Generalizzare come fanno alcuni storici, sembra non solo azzardato, ma più una propaganda politica di qualche amico dei Savoia, i quali ci tenevano tanto ad annullare la memoria storica del Sud e a metterlo in cattiva luce. La storia è ben diversa e i Normanni contribuirono invece alla prosperità e all'unità politica e culturale del Sud, creando uno dei primi stati moderni e più fiorenti in Europa, dal quale perfino i Bizantini e i Saraceni tremavano e per il quale secoli dopo, Francesi, Spagnoli e Tedeschi si sarebbero ammazzati volentieri, per possederlo.
 
Carmine Petrungaro

  CAPITOLO SECONDO
Itinerari di Storia - Di Mons. Luigi Renzo
 
Il Feudo di Campana 
 
 Con l'avvento dei Normanni si avvia in Calabria un processo di riassetto politico e territoriale di notevole importanza e significato. Nel piano di un maggiore senso dell'unità dello Stato la regione venne configurata come Giustizierato di Valle Crati e Valle Giordana. Con interventi legislativi si favorì la concentrazione della popolazione nei centri abitati, che, a seconda della consistenza vennero divisi in città, terre e castelli. I funzionari e gli ufficiali preposti ai servizi di maggiore interesse pubblico e della sicurezza militare venivano nominati direttamente dall'autorità centrale. A tutti venne imposto di provvedersi di un efficiente sistema difensivo fatto di cinta muraria e di torri di avvistamento. Si gettarono, in altre parole, le basi di una concezione dello Stato, in cui tutto dipendeva dagli organi del potere centrale. La stessa investitura di terre e fondi rustici era concepita come una concessione dello Stato, a cui restava comunque il diritto di revoca. Ed in ogni caso, pur concedendo in feudo le terre, lo Stato normanno non rinunciò mai del tutto a mantenersi disponibili alcune terre libere, dette allodiali, per lasciarle al popolo ad uso pascolativo, seminativo e per far legna. L'infeudazione più generale si avrà soprattutto con gli Angioini (sec. XIII), che per sdebbitarsi con i loro sostenitori politici e militari concessero indiscriminatamente i feudi senza escludere gli stessi abitati. Anche Campana esperimenta questi processi di trasformazione che comportò il rafforzamento del centro abitato col relativo cambiamento di nome, una migliore e capillare organizzazione sociale e religiosa, la definitiva  assegnazione del suo territorio alla gestione feudale: 1. La prima infeudazione (sec. XIII)Il primo intestatario del feudo a noi noto è il francese Viviano de Clarencia. Morto senza figli, il feudo tornò per poco alla Regia Curia, che nel 1271 provvide a concederlo al milite Guglielmo Ernardi de Bayrano (o di Bivonia). Questi, oltre alla Terra di Campana, ottenne pure il "castrum Tegani" (Umbriatico) con la condizione, però, che avrebbe dovuto lasciarlo ai legittimi eredi de Clarencia qualora si fossero presentati a reclamarlo. A brevissima scadenza, al de Bayrano subentra Guglielmo Brunello, Vice maresciallo del Regno di Napoli. Questi, non molto tempo dopo, avendo ottenuto il casale di Furciniano in Terra d'Otranto, cedeva in cambio ("in excambium") il castro di Campana. L'operazione ricevette conferma dalla R. Curia che si riservò il "ius collactionis" ed il diritto di nominarvi un "rectorem capelle regie". Nel 1282-83 la Terra di Campana è infeudata a tale Malgerio, dopo di che non si conoscono altri feudatari per il sec. XIII. Del resto siamo in un periodo di particolare turbolenza politica e militare, per cui non meraviglia sia il vuoto documentario, sia l'assenza di concessionari del feudo. Sono gli anni caratterizzati dai fermenti bellici che, dopo la sconfitta di Manfredi e l'uccisione di Corradino di Svevia, hanno portato nel 1266 i D'Angiò a Napoli. Questi, a seguito dei tumulti dei Vespri Siciliani (1282) sono entrati in guerra aperta con gli Aragonesi, guerra che si concluse con la pace di Caltabellotta (1302) e l'assegnazione del Regno di Napoli agli Angioini e della Sicilia agli Aragonesi. Anche la Calabria, in questo frangente, fu teatro di feroci scontri e devastazioni ad opera soprattutto di Ruggero di Lauria, filo aragonese, che con i suoi Almugaveri, dopo aver conquistato Cassano, Cerchiara, Crotone e Strongoli, aveva invaso e devastato S. Severina ed Umbriatico, i cui vescovi avevano parteggiato per Carlo II d'Angiò. Nella lotta senza quartiere non furono di certo risparmiati i piccoli centri dell'entroterra. Vicino a Campana restò distrutto definitivamente il popoloso Casale di S. Marina, sorto intorno all'omonimo monastero, di cui si parlerà più avanti. Detto Casale appena qualche anno prima, nel 1271, aveva ottenuto dal re Carlo I d'Angiò la concessione di una fiera per interessamento del vescovo di Umbriatico Alfano. Della situazione caotica approfittarono i vari signorotti locali, che provvidero ad accaparrarsi e ad occupare abusivamente terre e beni soprattutto di pertinenza ecclesiastica. Così, per esempio, nel 1275 il re Carlo I d'Angiò scrive all'arcivescovo Angelo di Rossano per confermargli, come già aveva fatto nel 1269, il possesso del diritto di bagliva sulla Terra di Campana e quindi per disporre che gli venissero restituite le decime usurpategli fin dal tempo del re Manfredi. Dal contesto appare chiaro che nel 1269 Campana paga la bagliva regia (l'esazione delle tasse) versandola da tempo immemorabile all'arcivescovo di Rossano. Sempre nel 1275, lo stesso arcivescovo di Rossano, per motivi sconosciuti, con rescritto del papa Gregorio X, è privato di alcuni beni e decime, tra cui anche la grancia di S. Maria de Runtia, "in tenimento Campanae", con i suoi beni, diritti e pertinenze varie sia spirituali, che materiali.

2. Il secolo XIV
Almeno per la prima metà del sec. XIV, anche per la mancanza di documentazione idonea, non appare chiaro a chi fosse intestato il feudo di Campana. Nel 1325 tra i contribuenti del paese figura un tale Falcone "Baronus", che paga 1 tarì e 5 grana di decima papale, ma non è chiaro se "barone" è titolo nobiliare feudale, o se invece è solo semplice epiteto familiare (cognome). C'è, comunque, da notare che, in questo caso, sarebbe l'unico nominativo ad avere accanto il cognome. Gli altri, infatti, non hanno altri appellativi oltre al nome, come si può evincere dall'elenco seguente dei "tassati": l'arciprete Graziano paga tarì 1 e grana 15; Falcone barone, Rogero, Graziano, Tommaso, Falcone, Roberto, Guglielmo, Giovanni, Daniele, Nicola, Francesco, Tarantino pagano tutti 1 tarì e 5 grana; Andrea 2 tarì e 5 grana; Gualterio paga solo 1 tarì; l'abate di S. Angelo Militino 3 tarì. Il signor Falcone "de Campana" paga ancora 1 tarì e 5 grana nella Terra di Scala ed il sig. Tarantino "de Campana" 1 tarì nella diocesi di Cerenzia. Per restare in tema di tasse, dai Registri Angioini risulta che Campana nel 1340, a fronte di una popolazione di 2400 abitanti, pagava alle regie casse 48 once, 13 tarì e 16 grana. Tornando alla vicenda feudale, in una ricerca inedita commissionata nel 1974 dall'Amministrazione Comunale sono citati tra i "Signori" della Terra di Campana: Bernardo degli Olmi (1305), Guglielmo Tortorello (1314), la famiglia Gualtieri (metà sec. XIV). Da altra fonte risulta che nel 1369 il feudo di Campana appartiene a Cicco de Malito di Reggio, il quale proprio in quell'anno, il 23 marzo, si vede bloccare i suoi beni per non aver fatto la consegna della Terra di Campana al conte di Altomonte, Filippo Sangineto cognato di Roberto Sanseverino. Alla morte del Sangineto il feudo di Campana, unitamente alla Contea di Montalto e di altre terre, tra cui Cariati, passò a Giovanna Sanseverino e al marito Carlo Ruffo. Da questo periodo Campana segue le vicende feudali dello Stato di Cariati fino al 1678, anno in cui Carlo Spinelli fu costretto a venderla, per debiti di gioco, al barone Labonia di Rossano insieme a Bocchigliero. Nello scorcio del sec. XIV, allora, Campana entra a far parte dei dominio dei Ruffo, conti di Montalto, imparentati con i Sanseverino. Chiudiamo con una notizia curiosa, che ha avuto come protagonista il campanese Tommaso de Riccardis, il quale, legato a Wenceslao Sanseverino e agli Angioini, aveva parteggiato nel 1378 per l'antipapa Clemente VII (Roberto di Ginevra). Il 1° ottobre 1399, pentito per l'errore fatto, ottenne dal papa Bonifacio IX l'assoluzione dalla scomunica per le mani dell'arcivescovo di Rossano Nicola.

3. Il secolo XV

Legata da fedeltà agli Angioini di Napoli, Campana il 25 luglio 1404 dal re Ladislao ottenne il privilegio di molti anni di franchigia (non si conosce quanti), privilegio che venne riconfermato il 7 settembre 1414 dalla Regina Giovanna II, che vi aggiunse il diritto di esenzione dalla giurisdizione penale ordinaria "per qualsivoglia delitto". Non sappiamo come e perchè nel 1412 il feudo sia passato dai Ruffo a Muzio Matera, che lo tenne fino al 1417. In tale anno, infatti, è certamente in mano di Polissena Ruffo, figlia del conte di Montalto Carlo II, che dalla Regina Giovanna II otteneva la conferma del "mero e misto imperio" su numerosissime terre di Calabria, tra cui Cariati, che comprendeva nel suo Stato Scala, Verzino, Rocca di Neto, Campana, Bocchigliero, Cerenzia, Caccuri. Le terre in suo possesso, unitamente a 20 mila once d'oro, vennero portate in dote da Polissena, che il 23 ottobre 1418 in Rossano sposava in seconde nozze Francesco Sforza, duca di Milano. Dal matrimonio nacque una figlia, Antonia, che però nel 1420 morì, come morì nel luglio di quell'anno la stessa Polissena, ad opera probabilmente della sorella Covella, che restò unica erede dei possedimenti. La Regina Giovanna, su cui Covella esercitava un certo fascino, il 20 agosto successivo confermò il possesso del feudo, aggiungendovi Calopezzati, che già dal 1318 era stato di Giordano Ruffo, primo conte di Cariati. Alla morte di Covella, che aveva sposato Giovanni Antonio Marzano, duca di Sessa, conte di Squillace e di Alife e Grande Almirante del Regno, la Contea di Cariati e quindi anche Campana passarono al figlio Marino Marzano, che si legò a sua volta al Re Alfonso d'Aragona sposandone la figlia Eleonora. L'Aragonese, succeduto a Giovanna II d'Angiò, confermò prima alla madre Covella e poi al figlio Marino tutti i diritti posseduti, compreso il principato di Rossano. Malgrado il Marino fosse imparentato con gli Aragonesi avendo sposato la figlia di Alfonso, alla morte di questi, nella guerra scoppiata tra il cognato Ferdinando (anche Ferrante) e Giovanni d'Angiò, che reclamava il Regno di Napoli come discendente della Regina Giovanna II, sposò la causa del secondo facendosi addirittura promotore della Congiura dei Baroni. Conquistato poi il Regno, Ferdinando d'Aragona nel 1464 gli confiscò tutti i beni, che così tornarono al demanio regio. Anche Campana, come gli altri centri, tornò in possesso della Corona. Ma per poco, perchè nel 1479 Re Ferdinando concedeva la Contea di Cariati a Geronimo Riario, signore di Imola e nipote di Sisto IV, per rimunerarlo di servizi resi. Tre anni dopo, nel 1482, la Contea è assegnata a Geronimo Sanseverino, potente principe di Bisignano, che paga al Re come prima rata per la concessione 3400 ducati. Nel novembre 1485 il Sanseverino subì la confisca dei possedimenti per aver promosso la 2^ Congiura dei Baroni. Il feudo venne acquistato l'anno successivo da Francesco Coppola, conte di Sarno, Ammiraglio del Regno, che però ne venne subito privato perchè anche lui implicato nella stessa Congiura. La Contea restò nuovamente in mano al demanio regio fino al 1497, anno in cui il Re Federico la concesse a Goffredo Borgia d'Aragona, nipote del papa Alessandro VI.

Con la signoria del Borgia si chiude il secolo, che ha dovuto registrare continui cambi di fronte per quell'insieme di circostanze politiche e non solo politiche che sono state segnalate. Non possiamo a questo punto - dopo aver seguito le vicende generali - ignorare alcune circostanze che hanno coinvolto direttamente Campana. Vogliamo richiamarci ad alcune prerogative concesse al paese dagli Aragonesi in forza della fedeltà mantenuto verso la casa regnante, malgrado le turbolenze politiche. Oltre a tutti gli altri diritti, un'attenzione particolare vogliamo avere per la fiera della Ronza, concessa al paese nel 1464 proprio dal Re Ferdinando d'Aragona, che aveva riconosciuto ai campanesi la qualità di cittadini "nobili e fedeli". Ci piace riferirne riportando quanto in merito ha scritto alla fine del Seicento il campanese Francesco Marino:

"Venuto poi questo Regno sotto il dominio de' Serenissimi Re Aragonesi, dal Re Ferdinando con ampio Privilegio del 1464 furono i Cittadini di Campana chiamati nobili, e fedeli. E si vede quivi ordinato che questa Patria trattar si debba, e governare, come trattata viene, e governata la Città di Cosenza: ed in oltre che debba sempre stare in demanio per lo Primogenito del suo Re: rilasciando a questa Università, e suoi Cittadini ogni qualunque debito, da quel giorno in dietro. Di più che andar debba franca con tutta le Città e Terre della Provincia, che stanno in demanio. Fa loro grazia parimente d'ogni delitto, eziandio di lesa Maestà, che fosse mai per l'addietro commesso dall'Università Cittadini, e suoi commoranti. Di vantaggio la M. S., aprendo alle grazie la mano eroicamente profusa, rimette, e perdona ogni delitto, benche di lesa Maestà, a tutti i forasciti, e forgiudicati Casali di Cosenza, che venissero ad abitar nell'antica Città di Campana, formando di essa come un sacro, e sicurissimo Asilo: e quando mai andar volessero alle proprie case, affin di vendere le loro robe, e ritornar poi in Campana, a tal rispetto nnn fosse dato loro impedimento alcuno. Concede in oltre la Maestà del Re Ferdinando che ogni Cittadino possa liberamente comprare e vendere, per suo uso, senza che sian tenuti a pagamento di Dogana, nè di Fondaco, nè di passaggio per tutta la Provincia di Calabria. Concede parimente all'Università medesima la Fera, overo Mercato detto della Ronza (la sottolineatua è nostra), franca e libera d'ogni angaria: e dura dagli undici di Giugno per tutto il diciotto: e ciò vi si negozia da chi si voglia con tutta libertà, e senz'alcuna gravezza. Di più concede che sia lecito a' Cittadini medesimi di Campana di pascolare il loro bestiame nel Territorio di tutte le terre demaniali, e per tutto il Contado di Montalto, franchi di fida, e diffida. Or questi, e molti altri Privilegj, che per cagion di brevità si tralasciano, furono loro conceduti dalle Maestà de' Re Aragonesi in ricompensa della fedeltà di così buoni Cittadini nel servizio Reale".

E prima di concludere, una parola su alcuni campanesi che si distinsero in qualche modo in questo secolo. Nel 1441 Nicola di Campana, detto signore venerabile, è promosso rettore parrocchiale della chiesa di S. Pietro in Spezzano Grande, in diocesi di Cosenza. Due anni dopo, il 26 marzo 1443 l'arcivescovo di Rossano Nicola De Martino è invitato dalla Curia Pontificia a concedere la carica di notaio della camera apostolica ("tabellionato") al campanese Gauterio de Albo . Nel 1469 anche un altro campanese, Luigi, è promosso alla professione di notario "in totum regnum cum potestate". Questi, avuto anche l'incarico di notaio della camera apostolica, il 22 novembre 1473 versa 33 fiorini d'oro per conto di Luigi Mercante, Commendatario del monastero di S. Maria di Camigliano, presso Tarsia. Nella stessa veste, il 5 febbraio 1474 riscuote per il monastero di S. Giovanni, in diocesi di Cassano, 27 fiorini d'oro dal rossanese Giovanni Toscano e nel settembre 1476 obbliga Antonio Arcamone del clero di Napoli a versare 40 fiorini d'oro sulle rendite del monastero di S. Maria di Corazzo, cistercense, in diocesi di Martirano.

Il notaio Luigi risulta ancora in vita nel 1487. Poi più nulla.
 
Mons. Luigi Renzo 
 
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