| Video - Annunziato e le Capre al Pascolo |
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Video - Annunziato e le Capre al Pascolo - Dalla rubrica "Raccontare la Cultura di Campana e della Calabria" - Gennaio 2009. Le vacanze natalizie sono agli sgoccioli e prima di tornare al Nord, nel mondo del cemento, decido di fare un ultimo giro ai piedi della Sila. E’ stata una giornata di sole con cielo limpido. Atipica per questo periodo. Tutto il dicembre del 2008 è stato caratterizzato da nebbia, pioggia e vento gelido. Prendo la macchina fotografica e mi avvio con l’auto verso il Cozzo del Morto, finché i raggi del sole pomeridiano possano garantirmi ancora colori vivaci per le mie foto.
Arrivo al bivio per Verzino e mi imbatto in un gregge di capre, sul loro
sentiero del pascolo. Un cosiddetto pascolo vagante. Sono le caprette
dell’amico Annunziato Croce. Parcheggio l’auto e mi metto a camminare
dietro al gregge. Queste creature pacifiche con la barbetta e le campane
al collo sono tutto il giorno alla ricerca di qualche residuo di verde e
dell'erba rimasta, che in questo periodo scarseggia. Qua e là vedo
capre alzarsi sugli arti posteriori, nel tentativo di poter strappare ai
rami più bassi le ultime foglie. Ciò che non ha portato via il vento
invernale, lo portano via loro.
Il rumore delle campane appese al loro collo è un frastuono piacevole, che rievoca in me dei ricordi molto belli della mia infanzia, vissuta con i nonni e il gregge. E' facile sognare, penso, e mentre sospiro noto che un piccolo capretto dai colori bianco e nero mi fissa. Un soggetto perfetto per uno scatto. E mentre mi sposto insieme al gregge, mi chiedo quanti ne siano rimasti ancora a Campana di pastori. Cioè di quelli che fanno ancora il pagliaio o dormono nel riparo anche durante le stagioni più dure. Con i tempi che corrono, i giovani pastori sono diventati più moderni e magari qualcuno ci prova pure, si reca una volta o due a vedere le capre e dopo rientra a casa nel borgo. Il mondo, i mestieri, le consuetudini e i costumi della società sono in continua evoluzione. Tutto cambia. Tanto tempo fa toccava anche ai bambini dare una mano a spostare un gregge, occuparsi della mungitura e fare il formaggio. Erano tempi davvero duri e noi oggi ci facciamo forse un'idea distorta di questo vecchio mondo. Io ricordo mio nonno che si assentava per molte settimane da casa. Trascorreva il tempo dall'alba al tramonto con le intemperie, insieme al proprio gregge. C’erano le mattinate fredde d'autunno, la brina, la pioggia, i lupi che si aggiravano nei dintorni e i capretti nati nella notte, da accudire e da portare altrove, con le loro madri. Un mondo remoto.
Bene, svuoto la mia testa dai pensieri e mi metto a scattare altre foto. A proposito di pastore - ma l’amico Annunziato, a cui appartiene questo piccolo gregge, dov’è? Mi guardo intorno e mi metto a fare i tipici versi dei pastori, per indirizzare le capre in una certa direzione. Bèh, non mi riescono né i tipici versi che nel gergo si dice “secutare”, e nemmeno indirizzare le capre. Quelle si spostano da sole, e si sparpagliano a destra e a manco, un po’ qua e un po’ là. I miei strani versi da Tarzan però, hanno attirato l’attenzione del vero pastore, l‘amico Annunziato Croce, che con grande preoccupazione spunta dal nulla, dalla boscaglia sottostante. Appena mi riconosce, si rallegra il suo viso. “Dov’eri”? chiedo mentre gli vado incontro. “Ero laggiù nel riparo e stavo aspettando le capre”. “Non ti vedo spesso da queste parti” gli chiedo. “No, non faccio più il pastore a tempo pieno. Adesso ho un altro lavoro che mi impegna. Ma prima o poi ritornerò a fare solo questo mestiere. La mia vera vita è questa“. Così fra due chiacchierate e qualche scatto di foto, viene la sera e dando uno sguardo al cielo, vedo che si addensano le nubi. Il gregge è in attesa per scendere giù al riparo e per essere sistemato nelle reti. Ormai c'è aria di maltempo e di neve, che mi lasciano poche speranze di ritornare ancora una volta, qui in mezzo alla natura, prima di partire. Saluto l’amico Annunziato Croce, augurando a lui e alla sua famiglia le cose più belle ed un buon
avvenire.
Ringrazio gli amici Carlo Grillo e Antonio Grillo e i Calabria Logos, per avermi gentilmente concesso il brano "Nanni nanni" come colonna sonora.
Carmine F. Petrungaro Campanaelefante.com
Le buone Ricotte di Annunziato Croce - Maggio 2007 - E’ una mattina di Aprile. Partiamo in tre da Campana; Michele Migliarese, Giacinto Palopoli e io, Carmine Petrungaro (l’autore del sito Campanaelefante). Le strade sono ancora deserte. Dai bar si sentono le voci farneticanti dei mattinieri che stanno consumando il loro cornetto e caffè, prima di andare a lavoro. Usciamo dal paese e ci dirigiamo verso il Cozzo del Morto. L’aria è limpida e passando dall’Elefante, notiamo in lontananza lo specchio del mare con i primi riflessi del sole. Un ottimo punto per dare segnali verso la costa, alla flotta ancorata, penso. Pirro continua a frullarmi nella testa, mentre sto tarando la macchina fotografica digitale. Svincolandomi dai pensieri all’Antichità greca, ecco che ritorno al presente. Stiamo andando a trovare un pastore, il buon amico Annunziato Croce, che vuole farci vedere come si fa il formaggio e la ricotta. Buon amico, buon marito, buon padre di tre fanciulle con la quarta in arrivo e, buon pastore, che tiene il suo riparo e il gregge di capre sui colli del Cozzo del Morto. La giornata promette bene, cielo azzurro e limpido, anche se ha piovuto per una settimana intera. Quella che a valle è una piccola pioggia, a queste latitudini diventa una vera e propria tempesta di acqua e grandine. La rugiada testimonia che in questo mese le notti sono ancora fredde. La vita per i pastori che vivono sulle montagne è estremamente faticosa. Si vive lontano dal mondo soggetti alle intemperie e in un non lontano passato lo si era anche agli attacchi dei lupi. Con lo sguardo fisso verso i boschi, emergono vecchi ricordi della mia infanzia vissuta in mezzo alle capre e ricordi del mio nonno, anche lui un buon pastore. Dopo 9 km di curve siamo quasi arrivati. Deviamo su un sentiero di terra battuta, poco piano e ancora fangoso dalle ultime piogge. Sfiorando erba e felce, l’auto dondola ed emette un cigolio da carrozza del vecchio Far West.
L’auto disperata si ferma. Siamo arrivati. Notiamo il riparo dei pastore
Annunziato, formato da una base di pietre e terra battuta, con pareti
di legno e il tetto ricoperto di lamiera. Il riparo è circondato da
pinete, querceti e castagneti. Dal camino si innalza un fumo bianco e
lento. E’ tutto molto suggestivo. Sull’ultimo tratto di sentiero ci
corrono incontro due cagnolini con i loro schiamazzi, che ad un tratto
si fermano e ci osservano timidamente, con la testolina e la coda
abbassata. Non ci conoscono. E’ molto comune
Mentre Giacinto estrae un pane indurito da un tascapane a sacco, Michele mi indica i capretti nel recinto accanto. Non ho capito perché il pane, ma intanto scappo per andare a fotografare i capretti nel loro piccolo ricovero, nel quale vengono sistemate le capre al rientro. Mentre mi avvicino al recinto, i tre capretti si voltano verso di me. Sembra che stessero aspettando il taxi. Uno giace a terra e si sonnecchia. Fanno tenerezza a guardarli. Hanno l’aria innocente e spaventata. Mi dico, ecco perché sono diventati il simbolo del cristianesimo. Ma ad un tratto mi chiedo perché sono lì anziché con le loro mamme e il loro gregge, sui sentieri del pascolo? Non mi sembra che siano troppo giovani. Devo pensare allo stomachino essiccato. Questi tre non saranno il prossimo serbatoio di caglio? Speriamo di no.
Più tardi ci avviamo per andare a cercare le capre. Di tanto in tanto ci
fermiamo e ascoltiamo, per cercare di sentire le campane, che le capre
portano al collo. Non si sente nulla. Facciamo più fermate, ma le
capre sembrano essere troppo lontane. “Kine sa dduve sinni sunu
abbissate” dice Annunziato. Così decidiamo di andare a trovare gli amici
del Consorzio Bonifica, che hanno la loro piccola sede nei pressi del
Cozzo del Morto.
Ma questa è un’altra storia...
Ringrazio l'amico Annunziato Croce per avermi gentilmente concesso di filmare il suo riparo e il mondo della pastorizia. Ringrazio pure gli amici Michele Migliarese e Giacinto Palopoli per la gentile collaborazione.
Carmine F. Petrungaro
Campanaelefante.com Il pastore nella mitologia
Un alone di poesia circonda, da tempi immemorabili, i racconti e le
leggende, aventi come protagonisti personaggi ed ambienti del mondo
della pastorizia. Nei dipinti rinascimentali e barocchi i pastori
vengono raffigurati sempre con visi onesti, volti teneri e
fanciulleschi. Le greggi fanno da sfondo a dei sentimenti di pace e
tranquillità che riempiono gli orizzonti e permeano tutto il dipinto.
Molti scrittori, poeti, musicisti e pittori si sono rivolti al mondo
della pastorizia per trarne spunti di serenità, messaggi d’amore per la
Natura e per l’Uomo. Molto suggestiva, infine, la parabola, contenuta
nel Vangelo secondo Matteo, della pecorella smarrita e del buon pastore
che abbandona il gregge per andarla a cercare e salvare. La realtà,
però, é ben diversa da quella sorta di mitologia che avvolge questo
mondo. La descrizione di una vita beata, fonte di gioie e soddisfazioni,
contenuta in libri e testi antichi, riferita ad un’attività, ritenuta a
torto tra le più semplici, non corrisponde alla verità. Essa é, invece,
una delle attività più povere e faticose, caratterizzata da un grande
impegno fisico. Ai sacrifici di una giornata lavorativa che comincia
poche ore dopo che é finita quella precedente, ad una vita di lavoro
iniziata quando gli altri bambini solevano rincorrersi e giocare, ad
un’infanzia e a una fanciullezza negate. A notti passate all’addiaccio
sotto una coperta di stelle, a momenti di paura quando bastava un
ululato per gelare le pareti del cuore, a visi di mogli, di figli non
pienamente goduti e, improvvisamente, cresciuti, non hanno mai
corrisposto quelle gratificazioni che ogni uomo desidera, come suggello
della sua bravura e come premio alla sua fatica. Scrittori e poeti,
tranne alcune eccezioni, ci hanno fatto pensare ai pastori come ad
uomini felici di vivere in mezzo alla Natura. Presso i Greci questa
attività era ritenuta così vicina alla Natura, al cielo e agli dei da
essere oggetto d’invidia. Presso questo stesso popolo c’era l’usanza di
consacrare gli animali alle divinità. Così come il lupo e il cavallo
erano consacrati a Marte, l’aquila a Giove, il pavone a Giunone, la
cerva a Diana, il leone a Vulcano, il corvo e il cigno ad Apollo e la
colomba a Venere, in questo contesto, la pecora era un animale
consacrato alle Furie, forse come contrappasso alla loro inesistente
mansuetudine. Molti racconti mitologici vedono come protagonisti giovani
pastori, amati dalle dee e dalle ninfe per la loro forza e bellezza o
per il suono melodioso dei loro strumenti, essenzialmente a fiato, come
l’ocarina, lo zufolo, la zampogna e il flauto di Pan, una sorta di
zufolo complesso, composto di canne di diversa lunghezza e suono, uniti a
costituire uno strumento di forma triangolare. Anche i Romani ebbero il
loro pastore famoso: Faustolo che salvò, addirittura, il fondatore di
Roma, Romolo, insieme al gemello Remo, nel frattempo allattati dalla
lupa. Meno famosa, ma pur sempre ricordata con simpatia é la moglie di
Faustolo: Acca Laurenzia.
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in una muta uno o più piccoli cani che servono da allarme per i
padroni e per i grandi mastini bianchi. In genere questi cani sono
molto più affezionati ai pastori che li accettano ben volentieri fra
loro. Ricordandomi dei cani di mio nonno, mi viene in mente che i cani
da pastore invece devono stare con le capre e non gli è sempre
consentito di entrare nei rifugi.
Annunziato ha sentito i suoi cuccioli e ci sta già aspettando,
affacciandosi dall’ingresso del riparo, con il suo sguardo simpatico.
Mentre ci saluta con una stretta di mano che indica il carattere
temprato e bonaccione, di chi la tende e stringe, egli ci fa notare che è
un peccato che ci siamo persi la mungitura delle capre, che a quest’ora
si trovano già sui loro sentieri del pascolo, guidate dai cani.
Annunziato ci fa da guida. Andiamo sul retro del riparo e notiamo che da
un lato c’è un’apertura, nella quale arde un fuoco vivace e da dove
fuoriesce il fondo della pentola (caldaia) che contiene il latte da
cuocere. Il latte che è stato munto all’alba; l’ora nella quale
Giacinto, Michele e io stavamo ancora dormendo come ghiri.
Annunziato dà un’ultima occhiata al fuoco alimentandolo e poi entra per
andare a
preparare il formaggio. Intanto io taro la
macchina fotografica. Queste scene non devo assolutamente perderle.
Entriamo anche noi tre e notiamo gli attrezzi tipici e le "fiscelle" che
serviranno per spremere il formaggio e preparare le forme. Infatti, al
nostro arrivo la pentola, detta in gergo campanese “quadhara” o
“cotturu” che serve per cuocere il latte, è già da ore sul fuoco e dal
suo contenuto si innalza il vapore che va a confondersi con il fumo
all’interno del riparo. Il fumo è cosi forte che ci lacrimano gli occhi.
A malapena riusciamo a vedere. Annunziato invece non fa neanche una
smorfia. Il fumo non sembra dargli fastidio e mi dico tra me e me, che
forse siamo noi, gente di città, ad essere troppo sensibili e ben
viziati ad altro. Eppure, questi momenti li ho già vissuti da bambino.
Annunziato cala la mano nel latte. Mi chiedo se scotta. Intanto continuo
a scattare foto e Annunziato dimostra tanta pazienza, perché il riparo è
talmente stretto che non ci si potrebbe entrare in più di cinque
persone. Inizia la cosiddetta spremuta del formaggio nelle “fiscelle” e i
vari pezzi cominciano a prendere forma. Sono bianchi, ma sono
autentici formaggi. Guardando verso il soffitto, noto uno stomaco quasi
essiccato, appeso ad una pertica. Annunziato ci spiega che si tratta
dello
stomachino
di un capretto, dal quale si ottiene il caglio…in altre parole, un
enzima che serve a far coagulare il latte e che senza il quale non
potrebbe diventare formaggio. Dopo che l’amico Annunziato ha estratto
tutto il contenuto dalla caldaia, ne rimane il siero, un sottoprodotto
del latte. Esce ad alimentare il fuoco, per aumentare la temperatura.
Qui inizia la produzione della ricotta. Il termine ricotta deriva da
"cotta due volte", in quanto le proteine ed il grasso che vanno a
costituire questo prodotto subiscono due
riscaldamenti:
il primo per la produzione del formaggio ed il secondo per
l'ottenimento della ricotta, attraverso il riscaldamento del siero
residuo della lavorazione. Mi sembra tutto chiaro e mentre osservo,
continuo a scattare le mie foto. Di tanto in tanto un cagnolino viene a
spiare…ha fiutato il suo siero. La procedura è simile a quella del
formaggio. Con un mestolo Annunzio estrae la pasta della ricotta dalla
pentola e la distribuisce nelle fiscelle, fatte appositamente, per dare
forma alle ricotte. Michele e Giacinto nel frattempo escono ed entrano.
Beati loro, che non devono scattare delle foto e restare sotto il fumo.
Il prodotto finale è magnifico. Le ricotte ancora calde e bianchissime
sembrano pura panna. Hanno un aspetto appetitoso. Mentre Annunziato
inizia a pulire i suoi attrezzi, facciamo le nostre teorie sulla ricotta
e, concordiamo come “studiosi accademici” che questo nobile prodotto
non può essere considerato un formaggio, poiché non è ottenuto dalla
cagliata bensì dal suo sottoprodotto, il siero del latte. L'inserimento
di questo prodotto tra i formaggi è improprio, almeno da un punto di
vista tecnico. Nella nostra regione le ricotte sono, insieme ai formaggi
da stagionare, il prodotto da latte più conosciuto.
Mentre ritorno al riparo, non posso fare a meno che notare la natura
rigogliosa e verde di questa stagione. Il vento che muove i rami, gli
uccelli che sembrano essere migliaia. Gli aromi e profumi delle erbe, il
ronzio delle api, i colori. La natura che io, vivendo nelle città del
Centro Nord, non vedo cosi da vicino…e penso ai pastori come persone
fortunate. Mi devo ricredere perché la realtà, é ben diversa da quella
sorta di mitologia che avvolge questo mondo. La descrizione di una vita
beata, fonte di gioie e soddisfazioni, contenuta in libri e testi
antichi, riferita ad un’attività, ritenuta a torto tra le più semplici,
non corrisponde alla verità. Essa é, invece, una delle attività più
povere e faticose, caratterizzata da un grande impegno fisico. Ai
sacrifici di una giornata lavorativa che comincia poche ore dopo che é
finita quella
precedente, ad una vita di lavoro iniziata
quando gli altri bambini solevano rincorrersi e giocare, ad un’infanzia e
a una fanciullezza negate. A notti passate all’addiaccio sotto una
coperta di stelle, a momenti di paura quando bastava un ululato per
gelare le pareti del cuore, a visi di mogli, di figli non pienamente
goduti e, improvvisamente, cresciuti, non hanno mai corrisposto quelle
gratificazioni che ogni uomo desidera, come suggello della sua bravura e
come premio alla sua fatica. Scrittori e poeti, tranne alcune
eccezioni, ci hanno fatto pensare ai pastori come ad uomini felici di
vivere in mezzo alla Natura. Ho tanto rispetto dell’amico Annunziato
Croce, che fa proprio questa vita.
Ritornato al
riparo, vedo che c’è un po’ di movimento tra gli amici. “Stiamo facendo
“la
’mbanata” dice Giacinto e
continua a dire che si tratta di una cosa davvero genuina. 'Mbanata? Non
ho mai sentito questo termine e mi incuriosisco. Entro nel riparo e
vedo che Annunziato sta sminuzzando quel vecchio pane indurito che
Giacinto aveva tirato fuori dal tascapane. I pezzi vengono mescolati
insieme ai resti della lavorazione della ricotta e del formaggio e
diluiti con latte. “E’ cumu na suppa” dice Giacinto. Il pane si
ammorbidisce nella ricotta e il tutto diventa una
specie
di purea. Chiedo se aggiungeranno dello zucchero. Ma la risposta è
negativa. Solo pane e ricotta, con forse qualche goccia di latte. Non ho
dubbi che si tratti di una
cosa davvero genuina,
ma bisogna vedere se il mio stomaco è abituato al buon piatto. Intanto
vengono riempiti i piatti, che sono molto fondi. Perbacco, che belle
porzioni. A quest’ora? Annunziato dice di non fare troppe storie e
distribuisce a ciascuno il suo piatto di “'mbanata” insieme ai cucchiai.
Buon appetito o meglio, buona
colazione. Assaggio e devo ammettere che è buono. La 'mbanata ha
qualcosa di Yogurt e un leggero sapore acido. Ma la porzione
non si addice al mio
stomaco. Annunziato, Giacinto e Michele non fanno una smorfia e svuotano
i loro piatti in un batter’ciglio. Mentre taro ancora la mia macchina
fotografica, mi frulla la testa e mi chiedo chi abbia potuto inventare
la “'mbanata”…i pastori bruzii, i Greci o i Normanni? Intanto il siero
che è avanzato è andato ai cagnolini, che ne sono golosi. Per quanto
riguarda i latticini, Annunziato per oggi ha fatto il suo lavoro e prima
di andare a cercare il suo gregge itinerante, si fa una bella fetta di
pane con ricotta spalmata. “Bena dhica, kine fatighe adde mangiare.”







