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E se fosse Tanit? Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
domenica 24 marzo 2013

 E se fosse Tanit? Per gli appassionati di storia e del mistero delle pietre dell’Incavallicata, ecco una nuova teoria affacciarsi sulla scena. Quest'ultima sostenuta dal Dottor Isidoro Vaglico, la quale rivelerebbe un complesso rituale dedicato alla Dea Tanit, voluto dal più temuto nemico di Roma, il generale cartaginese Annibale Barca. Teoria affascinante, non ancora basata su prove confutate o su fatti concreti, narrati magari da qualche storico antico, ma una possibile traccia. Mosaico molto interessante che affianca quello sul re Pirro, pubblicato nel 2005. Il percorso è ancora lungo e non sarà facile né a dimostrare né a smentire quanto detto in queste ricerche puramente storiografiche. Tuttavia resta l’auspicio di stimolare nuovi dibattiti che, diano risposte sulla probabile o vera funzione delle rocce, ormai più famose d’Italia. I lettori sono invitati a partecipare attivamente.

Carmine F. Petrungaro 

 
 E se fosse Tanit? Teoria di Isidoro Vaglico
 
Giungendo a Campana, per chi arriva da Cariati, in prossimità del Santuario della Madonna delle Grazie, ad accoglierlo trova un cartello di indicazione turistica, ormai sbiadito dagli anni, dove è scritto:” Campana- L’elefante di pietra”. Di fatto però nel cartellone, vi è la foto dell’intero sito dell’Incavallicata, con non una, ma due figure. Una è l’elefante e l’altra sicuramente una scultura. Una dimenticanza? La discrezione, la modestia, la paura di sbagliare, magari dicendo qualcosa che non può essere provato con dati inconfutabili? A mio avviso ciò è riduttivo. E’ come avere due gambe efficienti e però camminare a stento con una sola, perché ambedue importanti. Io ci proverò, anche a costo di sbagliare.

E' da diversi anni che, per fortuna, si è tornato a parlare nella maniera giusta, delle 2 particolari configurazioni rocciose, che maestose ed affascinanti, sovrastano il piccolo centro presilano di Campana in provincia di Cosenza. Si tratta di 2 giganti di pietra, distanti pochi metri l'uno dall'altro, che si ergono da tempo immemorabile in località “Incavallicata”, zona molto panoramica, da cui si possono guardare le vette del Pollino a Nord, ed il mare Jonio ad est. Di queste pietre ne scrisse alla fine del 1600 Mons. Francesco Marino, che parla di “Gran Colosso”, ma già prima nel 1603, in una mappa geografica del Magini, questo luogo è indicato come “Cozzo delli Giganti”. Le pietre sono note benissimo da sempre a tutti i campanesi, trovandosi a 3 km da Campana sulla strada principale che conduce in Sila, anche se di fatto non se ne conosce la genesi . La discussione assopita per tanti anni, riprende grazie alle osservazioni fatte nel 2002 dall'architetto cosentino Domenico Canino, che ha avuto il merito di riaccendere la discussione su di tema sottovalutato anche dagli stessi campanesi, riportandola con le sue argomentazioni, sulla giusta carreggiata e risvegliando anche le nostre coscienze assopite. E' grazie alle osservazioni del dott. Canino, al quale si deve la nostra più profonda gratitudine, che a ruota seguono articoli su importanti settimanali, su quotidiani nazionali e regionali, servizi televisivi su tv locali, sulle reti nazionali, e a seguire tante pubblicazioni sull'argomento, fra cui gli scritti del nostro vescovo Mons. Luigi Renzo, di Giovanni Cimino, del prof. Domenico Chiarello, e lo stesso sito internet Campanaelefante.com di Carmine Petrungaro, che tanto si è occupato della materia.

Ma fra le tante ancora, mi piace ricordare quanto è riportato in “Scritti su Campana”, curato da Mons. L. Renzo sugli appunti del compianto amico Espedito Chiarello e pubblicato postumo nel 1998, che ci ricordava che, “quasi certamente Kalasarna ricevette la visita di Annibale”, osservazione che fu fatta molti anni prima da Espedito e pubblicata su Campana Sprint nel 1969. Da bambino anche mio padre mi raccontava durante le varie visite all’Incavallicata, della storia di Annibale e delle Guerre Puniche, delle leggende legate ad esse e dei monumenti che aveva voluto lasciare in ricordo del suo passaggio da Campana. Ed io ero affascinato da questa splendida storia. Ciò che sarà detto in seguito, è per lo più frutto delle deduzioni non tanto mie, ma di mio padre. E’ quindi da molti anni che si parla di Annibale a Campana, anzi forse quella di Annibale era la traccia principale. Ma nonostante tutto, sorprende scoprire che persiste addirittura ancora oggi il dubbio se i 2 monumenti siano opera delle forze della natura, o se a scolpirle fu l'abile mano dell’uomo. Oggi vogliamo raccontare, senza tante pretese, una storia nuova, inedita, che punta l'attenzione sulla figura che è vicina all'elefante, nella speranza di portare un nuovo contributo al dibattito su un tema importante per Campana, ma anche per la storia vera, che forse è passata da queste latitudini circa 2300 anni fa, e che purtroppo rischia di essere sminuita.

Di solito, parlando dell’Incavallicata, si parla quasi subito dell’elefante. Questo io lo definirei uno strano scherzo del destino. La figura principale, il Gigante, come è stato spesso definito, quella che doveva e voleva essere magnificata nelle intenzioni di chi ne ha commissionato la realizzazione, è stata messa in ombra dall’elefante. Da sempre l'attenzione maggiore è stata infatti puntata sulla figura in pietra collocata a settentrione nel piazzale dell’Incavallicata, e che in maniera inequivocabile ricorda un elefante, anche se ormai consumata dai secoli, dalle intemperie, dai terremoti, e dalla mano dell'uomo e che catalizza comunque subito l'attenzione. La figura a meridione, forse perché non è una scultura di facile lettura ed interpretazione, è stata a mio avviso sottovalutata, quando invece potrebbe essere la vera chiave di lettura del sito, quella che può dissipare ogni dubbio. Di essa si è scritto che potrebbe trattarsi della raffigurazione di un Gigante, di un Ciclope, di un Guerriero seduto, di un Altare, una Torre, di una Clava, ecc. Quello che è certo e che è sotto gli occhi di tutti, e che si tratta di una figura maestosa, imponente, suggestiva, e molto più grande rispetto all’elefante. Da alcuni è stato ipotizzato che, se quel che resta sono solo le gambe, facendo le giuste proporzioni, ci potremmo trovare in presenza di una statua colossale che poteva misurare in origine, anche più di 15 metri di altezza. Paragonabile per imponenza e somiglianza stilistica con le statue di pietra di siti archeologici molto importanti. Chi ha commissionato la realizzazione di questi 2 monumenti, ha certamente voluto enfatizzare 2 figure importanti dell’epoca, e cioè un elefante sicuramente e forse una divinità. Le proporzioni dei due monumenti, con l’elefante scolpito in scala più o meno reale, e l’altro, di cui si distinguono oggi solo le gigantesche gambe, in proporzioni di molto ingigantite anch’esse, potrebbero ricondursi alla espressa volontà di mettere in risalto proprio questa seconda figura, che doveva essere quella certamente predominante e di maggiore interesse. Essa doveva destare attenzione e venerazione, così come deve essere per una divinità, accostandola comunque a un qualcosa a loro molto caro, un elefante appunto. E’ anche probabile che in origine fosse presente anche una terza figura nel sito, e cioè l’accenno di una barca, sulla quale avrebbero dovuto idealmente viaggiare questi 2 colossi di pietra. Se infatti si guarda con attenzione subito al di sotto della figura del “Gigante”, si può ancora scorgere quel poco che resta, di ciò che potrebbe essere stata la prora di una nave. Prua rivolta ad est, in direzione del mare Jonio, verso Cartagine, quasi l’auspicio per un felice ritorno in patria, con a bordo a proteggerli e a guidarli, la loro divinità, e riportando idealmente a casa anche la loro eccezionale macchina da guerra, l’elefante. Ma forse non un elefante qualsiasi, ma proprio Surus, l’elefante di Annibale. Il più caro al condottiero cartaginese. L’ultimo ad essere sopravvissuto dei 37 elefanti portati in Italia. Il più valoroso, quello che trasportò Annibale, colpito da una grave forma di oftalmia, e morto come sappiamo durante l’attraversamento dell’Italia centrale nel 217 per malaria. Queste considerazioni le facevamo tanti anni fa, quando ancora liceali, con l’amico architetto Francesco Fabiano, ci recavamo spesso a fare escursioni sul posto. Eravamo certi che qualcuno avesse voluto lasciare alla memoria nei secoli i monumenti, perché fossero a ricordo di un passaggio importante. Ma anche se queste sono solo supposizioni, è fuor di dubbio, che la realizzazione delle 2 figure, è inequivocabilmente opera dell'uomo e certo di più uomini assieme, data la loro imponenza. Non si può pensare che le sole forze della natura, siano state in grado di realizzare 2 opere, se non addirittura 3, come spiegheremo meglio in seguito, e che ben si legano fra loro.

 E’ vero semmai forse l’esatto contrario, cioè che nel corso dei secoli la natura abbia sottratto con forza destruente materiale alle opere, come più volte a me sottolineato dall’amico Vincenzo Sciarrotta, nelle tante volte che assieme ci siamo recati sul posto ad ammirare, a studiare, e a discutere assieme delle nostre teorie in proposito. E’ a lui che si deve soprattutto un ringraziamento, per l’avere mantenuto acceso il dibattito sull’argomento. Abili scultori che, su precisa commissione, hanno voluto scolpire 2 figure che fossero visibili a distanza, partendo dalle rocce arenacee che erano già in situ, e che dovevano essere all’incirca al livello in cui oggi le vediamo nella rotonda in cui si erge il “Tempio”. Ma veniamo alle 2 statue. Quella a settentrione doveva ricordare, e lo ricorda molto bene, un elefante. Potente ed innovativa macchina da guerra di un certo periodo storico nella nostra Penisola. Ad utilizzare gli elefanti in battaglia in Italia furono, come sappiamo, per primo Pirro, nella battaglia di Heraclea, ed Annibale poi, in un periodo storico collocabile esattamente fra il 280 e il 218 a.C. Se si può porre un dubbio, questo è eventualmente se l’opera è stata voluta da Pirro oppure da Annibale, essendo di chiara fattura umana, ma non si può pensare nella maniera più assoluta che siano opera della natura, che non solo avrebbe dovuto avere grandi capacità scultoree, ma essere capace di “fotografare” un momento storico molto particolare.

 Con Vincenzo Sciarrotta, grande appassionato e conoscitore della storia Annibalica, propendiamo per la tesi di Annibale. Pirro infatti, per come sappiamo dagli scritti di Plutarco e Livio a noi pervenuti, giunto a Taranto nella primavera del 280, ingaggiò una serie di battaglie, per poi raggiungere la Sicilia, da dove ripartirà di nuovo alla volta di Taranto nell’autunno del 276. Nella primavera del 275 a.C. lo ritroviamo impegnato nella battaglia di Maleventum, dove sarà sconfitto dai Romani. Di fatto Pirro, risalendo dalla Sicilia a Taranto, ebbe come tempo utile solo dall’autunno del 276 alla primavera del 275 a.C., e cioè, circa 6 mesi. In questo lasso di tempo avrebbe compiuto col suo esercito, il viaggio di ritorno dalla Sicilia alla Puglia, dovendo al contempo trovare il tempo di combattere diverse battaglie, passando da Reggio Calabria, Locri e poi Crotone, per addentrarsi a piedi nel Bruzio, e quindi nel territorio di Kalasarna. Qui, in pieno inverno, avrebbe ricostituito la sua flotta navale, ed avrebbe anche trovato il tempo per erigere l’area sacrale di Campana. Un po’ improbabile. Troppo poco il tempo a disposizione. E allora partiamo da ciò che abbiamo di certo. Tito Livio nei suoi scritti in Ab Urbe Condita, xxx libro, ci dice che Annibale intorno all'anno 207 a.C. dovette rifugiarsi nelle montagne del Bruttium , per ricostituire la sua flotta navale e nello stesso tempo per difendersi dagli attacchi dell'esercito Romano. Nel 207 a.C. infatti fu combattuta la battaglia del Metauro, in cui fu ucciso e decapitato dai romani Asdrubale, fratello minore di Annibale, che allora si rifugerà e stazionerà nel Bruttium per un periodo di quasi 4 anni. Nonostante fosse in procinto di partire per Cartagine, era pur sempre un sorvegliato speciale dai romani, che lo odiavano e lo temevano, per tutte le sconfitte da lui pesantemente inflitte alla potenza militare dell’epoca e per di più proprio sul territorio Italico. Non più pericoloso come nel 218, quando nella battaglia sul Ticino dimostrò la sua potenza e strategia militare, e comunque capace di un colpo di coda, essendo ancora forte di un esercito di circa 25.000 uomini. A Campana siamo nel Bruttium e precisamente nella presila. Posto ideale sia per il clima piuttosto mite, rispetto alla Sila Grande, sia per la difesa del suo esercito, considerata la posizione ottimale di Kalasarna. Ma posto ideale soprattutto per l'approvvigionamento del legname, necessario alla costruzione delle imbarcazioni che dovevano riportare Annibale e il suo esercito a Cartagine, dove ritornerà nel 203 a.C. per combattere contro Scipione l'Africano, partendo da Crotone, dal Tempio di Hera Lacinia.

 Nel territorio di Campana troviamo boschi molto ricchi di querce secolari, di faggi, abeti, pini, ecc. e di resine di ogni tipo per impermeabilizzare le imbarcazioni. L’ingente quantità di legname tagliato era poi facile da trasportare ed anche relativamente vicino al mare lungo il largo letto del fiume Nicà, proprio per la strada che dall’Incavallicata, porta giù alla fino fiumara. Lungo quella che doveva essere l’antica via del legname, proprio quella strada ancora oggi esistente. E passando dall’Incavallicata, porgevano un saluto, inviavano una preghiera ai loro simboli. E che le imbarcazioni di Annibale, non siano state costruite proprio alla foce di Fiumenicà? Molti sono i reperti archeologici ritrovati lungo le sponde e alla foce del fiume e lungo tutto il litorale verso Cariati. E poi voglio ricordare che Cariati ha sempre avuto ed ha tuttora l’unica scuola di maestri d’ascia presente sulla fascia jonica. Che non sia da collegare a ciò? E' presumibile quindi che Annibale stazionò nell'entroterra del nostro territorio per un periodo di circa 4 anni, tempo sufficiente a realizzare la costruzione delle imbarcazioni necessarie per l’imponente esercito cartaginese, e per realizzare le sculture che possiamo ancora oggi ammirare. Se ciò che scrive Tito Livio è vero, potrebbe anche essere stato l'antico territorio di Kalasarna ad avere dato rifugio in quegli anni ad Annibale ed al suo esercito. Sappiamo infatti che l'antica Kalasarna, dal dorico chalà = prominenza e àrna = rocca, per come scrisse il prof. G. Pugliese Carratelli, e cioè rocca prominente, era una vera e propria roccaforte. Il nucleo antico abitato era qui situato, proprio su questa prominenza, ben difesa da una doppia cinta muraria naturale su tutti i lati, con strapiombi e dirupi. Posto ideale per contrastare gli attacchi nemici ed organizzare la difesa. Ebbene, è probabile che la vicinanza al mare Jonio mediante la strada del Fiumenicà, la ricchezza di legname e la difendibilità del territorio siano stati alcuni dei motivi che hanno portato Annibale ad accamparsi qui, o quantomeno a gravitare su questo territorio. Tutto lo prova. Dislocando infatti delle guarnigioni nelle giuste posizioni di avvistamento nei dintorni di Kalasarna, era facile controllare il territorio, per evitare attacchi a sorpresa. Le alture che circondano Campana, consentivano l’avvistamento a distanza di eventuali intrusioni da ogni parte. Era possibile allora inviare messaggi di allerta ed organizzare la difesa nei punti strategici in caso di attacchi improvvisi, facendo convergere repentinamente le milizie che stazionavano in posti diversi, ma relativamente vicini fra loro. E’ probabile che Annibale avesse adottato questa rete difensiva. Probabilmente varie guarnigioni presidiavano in più punti il territorio circostante Campana. Questo convincimento nasce dal fatto che nel territorio circostante, vi sono un’infinità di grotte. Si tratta per lo più di grotte scavate nel friabile terreno di arenaria del posto. Esse dovevano servire da riparo per le milizie dalle intemperie. Molte sono ancora esistenti, e di tante ne resta solo un accenno. Se ne trovano sulla strada che conduce alla Fiera della Ronza e quindi verso Caloveto, dove vi sono le “Muraglie di Annibale”. Ma tante sono concentrate proprio nella zona dell’Incavallicata. Le due grotte che sono proprio sotto le statue dell’Incavallicata o servirono da riparo ai soldati che presidiavano il Santuario, oppure potrebbero essere state il posto dove furono inumati dei personaggi importanti di questo esercito. Nessun pastore, salvo che non fosse un vero appassionato di storia antica, si sarebbe sognato di scavarle proprio sotto la statua principale. Subito sotto l’Incavallicata, se ne conserva una enorme, di oltre 10 metri profonda e con l’ingresso alto circa 2 metri. Confinante con la contrada Incavallicata c’è un’altra contrada denominata Raio. Anche questo toponimo Raio, di cui a Campana non si conosce l’origine, offre lo spunto a qualche riflessione. “Rajo” è un termine molto probabilmente dato al posto forse durante la dominazione spagnola. E rajo in spagnolo significa raggio. Che gli spagnoli non abbiano trovato nel posto qualcosa di attinente al raggio? Al raggio del sole, e al Dio Sole, simbolo che ritroviamo inciso anche sulle pietre dell’Incavallicata. Tutte queste grotte sono fra loro molto simili, il che farebbe pensare che siano state scavate all’incirca nello stesso periodo. Terminata la loro funzione di rifugio per le milizie, furono utilizzate nei secoli successivi per dare ricovero a pastori ed animali, anche fino a tempi recentissimi. Questo ha ingenerato l’errato convincimento che a realizzarle siano stati proprio i pastori del posto. Tutte queste postazioni erano fra loro in costante comunicazione con vari sistemi dell’epoca, ma in particolare con segnali di fumo di giorno e di notte con segnali di fuoco. Della tecnica di comunicazione con segnali di fuoco, tecnica antica, e sicuramente già in uso all’epoca di Annibale, ci parla Polibio (206-124 a.C.), contemporaneo di Annibale. Con questa tecnica, inventata da Cleosseno e Democlito intorno al 400 a.C., per inviare messaggi per lo più militari, si riusciva a comunicare anche a grandi distanze ed anche di notte. Lo stesso Polibio ne perfezionò la tecnica, approntando un particolare sistema alfabetico che consentiva di trasmettere qualsiasi tipo di messaggio. E’ quindi probabile che i vari avamposti cartaginesi dislocati nei dintorni di Kalasarna, comunicassero con questa tecnica, antico codice Morse dell’epoca.
 
 L’altare dell’Incavallicata, fra le altre, probabilmente doveva avere anche questa funzione. Il convincimento nasce dall’osservazione di un incavo a coda di rondine nella pietra collocata in cima alla torre sul lato sud-ovest ed in prosecuzione del foro centrale. (Foto 1) Il blocco di pietra che lo alloggiava è squadrato, a forma di rettangolo, un parallelepipedo chiaramente scalpellato attorno. Le scalpellature sono visibili e ben conservate un po’ diffusamente sul blocco. L’incavo, a forma di cono rovesciato, oggi ovviamente vuoto, in passato forse alloggiava al suo interno una sorta di braciere metallico molto probabilmente ancorato alla parte mediana dello stesso blocco di pietra. Ciò che attirò subito la mia attenzione sono dei fori, insignificanti di per se stesso, perché potrebbero sembrare piccole e naturali escavazioni della roccia. Si trovano in alto, a iniziare dal lato ovest, per proseguire fino all’incavo scalpellato nel blocco di pietra. Se si osserva però con attenzione, li si nota tutti collocati allo stesso livello, e tutti lungo una linea orizzontale ben precisa, e con una certa equidistanza l’uno dall’altro. Ne riesco a contare fino a7. In prima battuta ho sinceramente pensato ad una meridiana solare. Però poi a ben rifletterci, a chi sarebbe servito un orologio in quel posto di passaggio? Ai contadini di ritorno dalla campagna, agli esattori che vi riscuotevano le tasse nel Medioevo? Non credo la tesi praticabile. La base del braciere era slargata, la parte terminale era invece conica, ad imbuto rovesciato. Probabilmente tale conformazione doveva servire a convogliare e concentrare il fumo e le fiamme che da esso fuoriuscivano. Questo imbuto rovesciato era in diretto collegamento col foro centrale della statua e ad esso abboccato. E’ probabile quindi che, con questo sistema di canalizzazione si inviasse dell’aria al braciere, spingendola forzatamente dalla parte opposta della statua, cioè dall’altra parte del foro rivolta a sud, magari con un sistema a mantice o altro come era in uso dai fabbri di una volta. Utilizzando un sistema di questo tipo, era possibile variare la combustione e quindi era possibile gestire il fuoco, il fumo e le fiamme a proprio piacimento. Questo era anche ciò che ad esempio poteva verificarsi durante una cerimonia religiosa, quando il sacerdote cartaginese celebrava la sua funzione. L’effetto scenografico doveva essere indubbiamente molto suggestivo, con getti di fumo e con vampate improvvise, soprattutto se il rito avveniva di notte. Ma l’efficacia e la rapidità di tale sistema, la si poteva sfruttare soprattutto quando era necessario trasmettere un messaggio in codice, per uso militare e con estrema urgenza. Il fuoco, che era mantenuto sempre acceso, veniva immediatamente alimentato, l’aria veniva immessa forzatamente nel sistema, ed era tutto pronto per la trasmissione del messaggio. Fra le altre cose ho sempre immaginato che il fuoco venisse acceso alla base del monumento, fra i piedi del colosso, dal lato nord, che molto probabilmente erano a zampa di leone, dove probabilmente era il focolare. Fra le gambe del gigante, vi doveva essere una canalizzazione metallica, che si congiungeva col foro centrale dal lato sud. La statua, oltre che essere il loro altare, doveva essere al contempo anche una torre per le telecomunicazioni dell’epoca dei cartaginesi. Quella dell’Incavallicata era la principale stazione trasmittente e ricevente, in costante contatto visivo con le altre postazioni, dislocate sulle alture del circondario. Per creare all’Incavallicata la principale torre di trasmissione di questo circuito di comunicazione, è probabile che il quartier generale del comando fosse proprio a Kalasarna. Molti elementi condurrebbero in tale direzione. A pochi km da Campana, fra Caloveto e Pietrapaola, in località Cerasetto, vi sono le cosiddette “Muraglie di Annibale”, resti imponenti di una muraglia fortificata. Tale denominazione toponomastica avrà tratto probabilmente origine proprio dalla presenza delle milizie di Annibale nel posto. Questo sito è allocato in una posizione molto panoramica da cui è possibile controllare tutta la piana di Sibari, e qui sono stati ritrovati importanti reperti archeologici. La zona è in comunicazione visiva con Sant’Angelo, altura già in territorio di Campana, che a sua volta è in comunicazione con la Serra dell’Acero, con Torracca, con Calamacca, da cui si può controllare lo specchio di mare del crotonese, con i colli di Perticaro ed Umbriatico, l’antica Bristakya, e San Nicola dell’Alto, da cui si può controllare tutta la zona di Crotone. Da Sibari a Crotone era tutto sorvegliato dai cartaginesi. A Bristakya vi sono altre Mura dette di Annibale, resti di una fortificazione ancora visibili dalla strada che porta al monte Tigano. Nel 204 a.C. i Romani la espugnarono, facendo un massacro. I resti di quelle persone, risalenti ad oltre 2000 anni fa, furono ritrovati durante i lavori di costruzione della strada che da Perticaro porta ad Umbriatico. Proprio in località “Torracca”, un colle che sovrasta Campana, e che trae il suo nome forse da Torre H, per la conformazione ad H di qualche torre che vi sorgeva, oppure dalla H latina di Hannibal, da dove è possibile il controllo di una vastissima zona sullo Jonio, nel 1934 furono ritrovate 78 monete, databili intorno al III-I secolo a.C. Il famoso “Tesoretto di Campana”. Le monete sono provenienti per lo più da Siracusa e Roma, ma anche da Reggio Calabria e dalla zecca dei Mamertini, e di Tolomeo II, e presumibilmente sono solo una piccola parte di quanto oggi è custodito nel museo di Reggio Calabria. Esse forse non sono da mettere direttamente in relazione col passaggio di Annibale, ma non lo si può escludere neppure categoricamente. Testimoniano comunque di vasti scambi commerciali nella zona, con varie città dell’Italia Meridionale. Pertanto attestano che, l’antica Kalasarna, citata da Strabone, era nota e frequentata in quel periodo per scambi commerciali, e quindi un importante crocevia, un punto di snodo dell’epoca, un rifugio nell’entroterra, e forse per questo segnalato anche ad Annibale. Le sue tracce possono essere reperite anche a circa 6 km da Campana, ed a 3 dall’Incavallicata. Qui c’è una località denominata “Piano di Guerra”. Anche di questo toponimo non si conosce l’origine. E’ sempre stata collegata ad una battaglia combattuta su questa pianura, ma non si sa quale. Sempre Tito Livio nei suoi scritti, parla di una battaglia combattuta fra le truppe di Annibale e i Romani, guidate dal console C. Servilio” nel territorio di Crotone”. E qui siamo nel crotonese, o meglio nel territorio di confine fra Campana, Verzino e Savelli. Quella battaglia, in cui forse persero la vita molti soldati, o fu combattuta a Piano di Guerra o a Bristakya. Elementi importanti per la ricostruzione storica dell’epoca, tanto più che riferiti da Tito Livio, e sui quali più volte abbiamo dissertato con l’amico Vincenzo Sciarrotta. Ma ritorniamo alle statue, oggetto del nostro interesse. L’ elefante, alto circa 5,8 metri, all’epoca della sua realizzazione, cioè circa 2300 anni fa, doveva apparire splendido e maestoso nella sua interezza. Rivestito da malta cementizia bianca, che si vede ancora bene negli strati fra le rocce, ed adornato con orpelli metallici, marmi ed altro. Esso doveva avere una funzione solo simbolica, quella di ricordare l’elefante, vera innovazione militare per l’epoca. Un vero e proprio carro armato, di cui si è voluta lasciare memoria proprio nell’antica Kalasarna. Poco invece si è studiato il secondo monumento, ancora più imponente dell’elefante. E forse è proprio questo monumento che può darci, come in un puzzle, la risposta sull’origine delle opere, se accostato all’elefante nella giusta maniera.

 Su cosa potesse raffigurare la scultura a fianco dell’elefante, di cui oggi si riconoscono solo distintamente quelle che noi definiamo delle possenti gambe, resta il mistero. Quel che è certo è che essa è più grande, più imponente rispetto all’elefante. Chi l’ha realizzata ha voluto dargli maggiore risalto. Doveva essere questa fra le 2 l’opera più importante, alla quale dare il giusto rilievo. Proprio come si usa fare per una divinità, per una figura di culto, che deve risaltare di più rispetto a tutto il resto. Pertanto, anche la mole pur imponente di un elefante, riprodotto in scala quasi naturale, ma comunque ingrandita, è stata in un certo qual modo volutamente rimpicciolita, se così si può dire, a confronto dell’altro monumento, per dare maggiore rilievo ed imponenza all’altra. Ciò porta ad un’altra logica considerazione, e cioè che le rocce scolpite erano già in situ. Questo lo si evince dal fatto che le stratificazioni della roccia in cui è scolpito l’elefante, sono quasi orizzontali e parallele al terreno e con esso solidale, e si ritrovano agli stessi livelli delle stratificazioni rocciose presenti sull’altro monumento. Ma poi, non avrebbe avuto alcun senso l’apportare altro materiale per ingigantire l’elefante ulteriormente, cioè rispetto alle naturali dimensioni di un elefante, se poi lo si doveva rendere meno appariscente rispetto all’altra figura. L’elefante di pietra è alto infatti 5,80 metri, mentre un comune elefante, anche i più grandi come sappiamo, si avvicinano di media ai 3 metri, ed in casi eccezionali superandoli di poco. Quindi il toponimo Incavallicata, che lo si vorrebbe derivato dall’accavallamento dei blocchi di pietra, deriverebbe forse di fatto dalla errata convinzione di una sovrapposizione, fatta da giganti e ciclopi. Sovrapposizione che di fatto non c’è stata, a mio avviso.

Il blocco di pietra arenaria dell’Incavallicata è un blocco unico, e i due monumenti sono stati chiaramente ricavati sottraendo materiale dal sito, e non aggiungendo ulteriori blocchi di pietra. Ma veniamo al punto cruciale del mio ragionamento. Per cercare di capire meglio cosa potesse simboleggiare la seconda scultura, ci si deve rifare al culto religioso dei cartaginesi. Essi infatti veneravano 3 divinità, Tanit, Baal, ed Eshmun. Tanit era la divinità femminile, Baal la divinità maschile, le 2 più venerate. Eshmun era invece il nume tutelare della città fenicia di Sidone, e quindi secondaria. Nella famiglia Barca, era forte il culto al loro Dio Baal. Lo stesso nome Annibale trae origine dalla devozione a Baal. Anni-Baal, cioè Dio ha favorito, ma anche Asdrubale, fratello minore di Annibale, che significa Baal ha aiutato, sono nomi dati a devozione di Baal. Ebbene, se si guarda con attenzione la figura del Gigante, questa ricorda molto la simbologia della Dea cartaginese Tanit. Tanit era la dea che deteneva il posto più importante a Cartagine. Era la dea della fertilità, associata alla buona fortuna, alla Luna. Nella mitologia fenicia era la Dea Madre, ed era una divinità legata anche alla guerra. Il simbolo di Tanit era la piramide tronca portante una barra rettangolare sulla sua sommità. Forse la vera chiave di lettura dei monumenti è proprio la piramide tronca. La piramide tronca intanto ci riporta intanto alla simbologia delle piramidi egizie. Egitto a cui Cartagine (Libia) è geograficamente vicina, e anche come culto religioso. Quelle che noi interpretiamo come delle gambe, forse sono proprio la piramide tronca. E sulla piramide tronca stilizzata, si scolpì il blocco che vi è sopra, la parte più suggestiva ed importante, un rettangolo, o meglio un parallelepipedo rettangolo, la barra rettangolare, una sorta di poliedro. Sulle friabili rocce arenacee, i cartaginesi scolpirono la piramide tronca. Non potevano scolpire delle vere gambe, o un triangolo o delle colonne. Non avrebbe retto il peso del masso sovrastante, per cui si optò per questa geniale soluzione. Sulla barra terminale dei cartaginesi, di solito appariva inciso il sole e la luna crescente, simboli di fertilità. Il simbolo può essere osservato nella maggior parte delle necropoli puniche dall’Africa Mediterranea, alla Sardegna, alla Sicilia, alla penisola Iberica.
 
 Si usava spesso anche raffigurare la divinità col volto umano, e ciò le conferiva la precedenza di culto su Baal stesso. Altre volte Tanit è stata anche raffigurata con la testa di leone. A tal proposito ci tengo a sottolineare che è molto bella, suggestiva e veritiera l’immagine che Carmine Petrungaro ha pubblicato anni addietro sul sito Campana elefante, con la raffigurazione, del monumento che sto cercando di descrivere, con le sembianze di un leone. Ebbene, anche sulla parte alta del monumento di Campana si può scorgere un netto profilo umano che guarda a nord, una testa che guarda ad ovest, ed una piccola testa di leone. Ma ne riparleremo. Secondo molti autori classici, tra cui Diodoro Siculo, il culto di Tanit richiedeva anche sacrifici umani, confermati dal ritrovamento nei tophet, di numerosi scheletri di bambini. Il simbolo della dea Tanit, è peraltro simile al simbolo di ANKH, divinità degli egizi, di antica venerazione in Egitto, conosciuto come chiave della vita, poiché grazie ad esso il defunto poteva accedere alla vita ultraterrena. Solo le gambe, queste colonne stilizzate sono alte circa 7,50 metri. Convergono poi in corrispondenza di un foro che si trova in posizione centrale, e che attraversa la statua da parte a parte. Questo foro è molto interessante e pone una serie di interrogativi. Intanto è da chiedersi se è un foro naturale delle rocce, oppure se è stato realizzato ad arte. E se è stato realizzato ad arte, come è probabile che sia, a cosa poteva servire o cosa simboleggiasse? A rigore di logica non avrebbe alcun senso un foro praticato in quel punto, se non ad esempio il voler simboleggiare la fertilità. Ma perché allora creare un foro passante da parte a parte? Sarebbe bastato un foro appena accennato. Si può pensare ad una qualche funzione astronomica di cui i fenici, abili navigatori, erano anche esperti conoscitori. Oppure il foro serviva a reggere qualcosa? O al suo interno passava qualcosa? E’ proprio questo foro che probabilmente ha dato vita nei secoli alla leggenda del ciclope, questo gigante che avrebbe accavallato i massi. Lo stesso foro, che ha la forma di un occhio gigantesco, soprattutto se visto dal lato sud, che ha fatto scrivere a Vincenzo Padula di “arco ciclopico”, forse esistendo in passato un collegamento ad arco fra le due statue, poi crollato e che non doveva essere necessariamente in pietra.

Nel tentativo di dare una risposta anche a questo interrogativo, nel mese di settembre del 2012, assieme all’amico Vincenzo Sciarrotta, e all’amico Francesco Benevento, nella speranza di trovare qualche piccola traccia incontaminata lungo il perimetro o il percorso del foro, siamo saliti al suo livello con una lunga scala estensibile messaci a disposizione dal Comune di Campana. Purtroppo non abbiamo trovato ciò che speravamo di trovare. E però salendoci, abbiamo avuto la certezza che quel foro non può essere opera della natura. Ha una volta troppo perfetta per essere naturale, come ci sottolinea subito Vincenzo Sciarrotta. Quando sei a quel livello, guardando attraverso quel foro è come se si guardasse attraverso un cannocchiale, con la parte terminale di esso disegnata a forma di occhio dal lato sud. Ha una volta superiore perfettamente disegnata ad arco e le due estremità oblunghe. La parte esterna è perfettamente levigata, come se fosse stata modellata. Hai proprio l’impressione di vedere un occhio, che quel giorno sembrava di colore azzurro. Comunque uno spettacolo bellissimo, che da solo ti fa dire che ne valeva la pena di salire fin lassù, nonostante i rischi. (Foto 2) Ed inoltre si è rafforzato in noi il convincimento che per quel foro passasse qualcosa da parte a parte. Il foro infatti, per come è visibile anche da terra, attraversa il blocco di pietra rettangolare per tutto il suo spessore, per oltre 2,5 metri. L’orientamento del foro è nord-sud, un orientamento forse non casuale, che potrebbe anche avere un significato di natura astronomica. Nel punto in cui c’è il foro, il masso inizia a slargarsi verso l’esterno. Sembra quasi che questo enorme blocco di pietra sia completamente staccato dal blocco sottostante, e di fatto lo è. Il blocco è completamente staccato dal resto della struttura ed è quasi completamente combaciante col blocco sottostante da sembrare sovrapposti perfettamente con una linea di taglio quasi netta ed orizzontale. Di fatto non è così. Si tratta di rocce sedimentate in differenti epoche geologiche, ed in mezzo ai due blocchi di roccia c’era del materiale di sedimentazione friabile, che il tempo e le intemperie hanno portato via. Attraverso i due blocchi filtra la luce lungo tutta la superfice. La parte terminale di questo blocco, prosegue da entrambi i lati con un moncone di roccia a dx e uno a sx, perfettamente simmetrici fra loro, che dovevano essere le braccia della statua. Arrivati in cima ci si trova su di una superfice quasi perfettamente pianeggiante, bucherellata uniformemente da secoli di pioggia. Questa piccola piazzola è contornata dai due grossi massi terminali che fanno quasi da muretto, da parapetto, forse quel che resta dell’altare sul quale si celebrava la funzione. Si prova una certa sensazione di vertigine per l’altezza a cui ci si trova. Lo spettacolo che ti si offre è quello di un panorama bellissimo. La sensazione che si prova stando in cima al monumento è di grande rispetto, perché senti di essere di fronte ad una storia importante. Sulle pietre, quasi in maniera impercettibile, anche perché ricoperte da licheni, ma favoriti dall’incidenza della luce solare molto intensa quel giorno, siamo riusciti a scorgere e fotografare, delle incisioni nel blocco di roccia. (Foto 3). Sono diverse e probabilmente alcune anche recenti, ma altre probabilmente meritevoli di attenzione. Si tratta secondo noi di ciò che resta di tre lettere incise con tecnica di scalpellatura di cui la prima sembra una P, la seconda una A e la terza non è leggibile. Probabilmente vi erano anche altre lettere a seguire, ma il blocco di roccia è spezzato ed interrotto. Che sia lo scherzo di qualche buontempone o veramente ci troviamo in presenza di petroglifi conservati nel tempo dai licheni? Noi ci limitiamo solo a segnalarne la presenza, perché qualche esperto magari se ne possa occupare. Secondo i nostri rilievi il 2° monumento poteva essere con molta probabilità un altare votivo, a devozione di Tanit, sulla cui sommità, venivano compiuti riti liturgici e sacrificali.
 
 Tale convincimento nasce dalla inquietante leggenda tramandata oralmente nei secoli fra la popolazione locale e giunta fino a noi, che vuole che, se si compiva il sacrificio di neonati su questa pietra, si sarebbe trovato un leggendario tesoro. Questa leggenda si collega perfettamente col rito sacrificale compiuto dai cartaginesi, i quali usavano immolare i neonati di più alto rango sociale alle loro divinità ed in particolare a Tanit, come abbiamo primo detto. Il sacrificio più grande che si potesse compiere per ingraziarsi i loro dei. Forse qualcosa di questo cruento e terrificante rituale, è stato veramente compiuto sulle pietre dell’Incavallicata, ed è rimasto scolpito indelebilmente nei secoli nella memoria collettiva della gente bruzia che allora abitava Kalasarna, e tramandato di generazione in generazione, e raccontata come una leggenda, proprio perché tanto scioccante. E poi anche probabile che i bambini sacrificati, erano neonati del luogo, e pertanto ancora più sconvolgente. Ciò in quanto verrebbe difficile pensare che un esercito in movimento come quello cartaginese, avesse neonati al seguito. Per cui dovendo compiere il sacrificio secondo il loro rituale, che per i cartaginesi non era una barbarie, anzi tutt’altro, allora immolavano non certo i neonati cartaginesi di alto rango che non c’erano, ma neonati strappati brutalmente alle mamme del posto. La leggenda del tesoro: forse un diabolico escamotage pensato dai Cartaginesi, di cui, come sappiamo, erano maestri, perché, nel tempo, anche dopo la loro partenza dal posto, con la leggenda del tesoro nascosto, qualcuno del posto, nella speranza di trovarlo, portasse dei ” fiori freschi” alla loro divinità, e continuasse il sacrificio dei neonati. La nostra escursione in cima alle pietre si concluse, perché c’erano altri impegni per i mezzi del Comune messi a nostra disposizione e i nostri amici Salvatore Costantino e Cataldo Parrotta dovevano rientrare con scale ed autoscale. Noi invece siamo rientrati ad esaminare tutto il materiale fotografico realizzato quel 2 settembre 2012. C’erano elementi importanti in quelle foto, di cui abbiamo discusso a lungo con Vincenzo Sciarrotta e Francesco Benevento. E tante altre volte insieme noi tre, siamo ritornati sul posto a confrontarci sulle nostre teorie. Ma ormai era chiaro in noi che il committente di quelle opere, senza alcun dubbio, era Annibale Barca. Tutto si aggregava attorno, ed i conti tornavano. Ma pur avendo scattato tante foto, in cui c’era già nitida l’immagine, non avevamo notato alcune figure importanti, o quantomeno, avevo dei dubbi, su cosa potessero essere realmente. La prima volta che le notai, quasi incredulo, era un giorno particolare per Campana. Era il giorno della fiera della B.V. del Rosario. Era di domenica, ed essendo libero dai miei impegni di ambulatorio, di buon mattino, alle 6.30, con una splendida giornata, decisi di andare a leggere qualcosa all’Incavallicata, come usavo fare ogni tanto. Seduto su una panchina che resta al di sotto delle statue, ammiravo il sorgere del sole. Fu allora che vidi stagliarsi quel profilo. Non ci credevo, eppure era lì. Non mi sembrava possibile che si fosse materializzato così all’improvviso quel viso così nettamente umano. Corsi a prendere la macchina fotografica che avevo lì in macchina. Guardai se quella figura c’era ancora, ed iniziai a scattare a raffica, come se temessi che quell’immagine potesse dissolversi da un momento all’altro. Era chiaramente il viso di un uomo. Un volto severo con lo sguardo dritto e rivolto a nord-est. Di esso potevo distinguere chiaramente il mento, il naso, la fronte e l’attaccatura dei capelli, che si stagliano sullo sfondo del cielo. E’ forse il viso di Baal? (Foto 4). Quel volto umano che i cartaginesi includevano nelle loro raffigurazioni e che dovevano dare dignità e priorità alla statua. Oppure il volto di Annibale? O magari di un dignitario del suo esercito che fu inumato proprio nelle 2 grotte sottostanti? Ma non era sola. Dalla parte opposta, in direzione sud-ovest notai un altro volto che guarda verso il cielo, quasi a scrutarne il destino ed in segno di invocazione celeste. Di questa addirittura partendo dal basso, si può notare il robusto torace, il collo possente, il mento pronunciato, le labbra, il naso e la visiera di un piccolo elmo. Il guerriero di cui si racconta? (Foto 5). Qualcosa di stupendo. Due vere opere d’arte. Due immagini contrapposte e raffigurate poggiate con le spalle l’una all’altra, nello stesso monumento. Una sorta di statua di Giano bifronte. Solo un progenitore di Michelangelo Buonarroti sarebbe stato capace di tanta arte, e per di più su un semplice blocco di pietra già in situ. E pensare che sono lì ad aspettare pazientemente da 2300 anni alle intemperie. E pensare che noi campanesi molto colpevolmente non lo abbiamo capito. Eppure bastava solo guardare. Ed ancora notai sul moncone del braccio che guarda verso l’elefante un’altra figura. Sembra la testa di un felino, quasi apposta come un mascherone di fontana. Incredibile. Quante volte era andato lì e non le avevo mai notate? Quante volte le avevo io stesso fotografate senza accorgermi di averle già immortalate? O quanti sposi le hanno nei loro album del matrimonio, senza averci fatto caso? Quanti studiosi o giornalisti le hanno già fotografate? Eppure non lo avevamo notato. Per me era come avere trovato la Stele di Rosetta. Cominciavo timidamente a leggere e forse a capire veramente la vera essenza di quel fantastico monumento. Iniziai a crederci sempre di più e cominciarono a riaffiorare alla mente quelle immagini e quelle figure che mio padre da bambino, anche lui timidamente, mi aveva fatto notare. Riguardai ancora incredulo la sequenza delle foto scattate. Le figure erano lì, c’erano ancora. Se si trattava di un’allucinazione, anche la mia macchina fotografica allora doveva avere qualche problema. Lascio alle immagini, il ricordo più forte di quel 7 ottobre 2012. Si parlava all’inizio di un 3° elemento. A distanza di circa 500 metri in linea d’aria dal sito dell’Incavallicata, su una collinetta antistante, si trova un reperto secondo noi molto interessante e non abbastanza studiato e valutato. Si tratta di un blocco di pietra della lunghezza di oltre 10 metri, conosciuto a Campana come “il serpente”, proprio per la sua forma allungata, e che ha tutte le caratteristiche di un antico menhir. Oggi è disteso a terra per tutta la sua lunghezza, ma è probabile che anticamente fosse in posizione verticale, e quindi ben visibile a grande distanza, proprio come le pietre dell’Incavallicata. E’ molto probabile che si tratti di un antico Menhir. Forse era proprio questo menhir a simboleggiare la divinità maschile dei cartaginesi: Baal. (Foto 6). E’ singolare il fatto che sul posto non si trovano formazioni rocciose da cui possono essere stati estratti i blocchi di pietra che lo compongono. Sono quindi state trasportate da altrove. E per trasportare simili blocchi di pietra in quel posto, c’è veramente voluto un notevole impegno di energie, e anche di carri forti ed adeguati. Sarebbe quindi interessante capirne, con l’analisi della roccia, la loro provenienza. Capire come vi sono state trasportate, da chi e perché in quel posto. Che non li abbiano trasportate con gli stessi carri adibiti al trasporto dei tronchi?
 
Quel che è certo è che si tratta di sicuro di grossi blocchi di pietre lavorate. E’ ben visibile la parte grezza e non lavorata che era infissa nel terreno. Il blocco prosegue poi con la parte sicuramente lavorata con un incavo rotondeggiante e speculare, molto singolare, che congiungeva 2 blocchi a sovrapporli, ed altre incavature ancora, che probabilmente potevano servire per accendervi il fuoco all’interno. Questo è molto probabile per l’incavo che si trova ad una estremità, quella che doveva stare in alto quando il blocco era in piedi. Il blocco cadendo al suolo, magari a seguito di un terremoto, o perché volutamente abbattuto, si è spezzato, e sono ben evidenti le forze dinamiche della caduta a terra sul blocco di pietra. E’ anche probabile che dopo essere crollato al suolo, qualcuno vi abbia ricavato un abbeveratoio per animali da pascolo. Nella parte terminale e che stava in alto quando era in piedi, c’è un altro incavo. Qui probabilmente vi si accendeva il fuoco. Nel cuore della notte, ciò, oltre a marcare il territorio, doveva avere un grande effetto scenico, oltre che essere una lampada votiva permanentemente accesa alle loro divinità. E’ evidente che per esserci simili monumenti di culto, su quel percorso si doveva svolgere un traffico importante, di uomini, mezzi e cose, e quindi non solo un percorso per raggiungere le campagne coltivate.

Per tutti questi motivi, secondo noi, è molto improbabile che i soli agenti atmosferici abbiano potuto nei secoli scolpire nella pietra 3 simili imponenti figure. E’ molto improbabile che la natura sia stata capace di fare simili accostamenti, al punto da creare un vero e proprio luogo di culto, una sorta di tempio all’aperto. Sono tanti gli elementi che porterebbero ad individuare l’area compresa fra Caloveto e Bristakya, con a centro Kalasarna, proprio come quell’area del Bruzio che ospitò Annibale. Ho immaginato che si potesse creare un percorso turistico, per gli amanti della storia, che partendo da Caloveto, passando per Kalasarna, Cariati, Bristakya, fino a Crotone, mettesse in luce quanto è qui rimasto della II Guerra Punica. Il percorso archeologico si potrebbe chiamare”Sulle tracce di Annibale nel Bruzio”. Ma forse perché la Soprintendenza ai Beni Culturali ci creda, per avviare una seria campagna di studi, e valorizzazione del territorio, dovrà essere trovata la foto ricordo di Annibale che taglia il nastro all’Incavallicata, o un filmato dell’Istituto Luce. Dimenticando che lo sviluppo, la valorizzazione, di un territorio passa anche per queste strade. Altrove con molto meno, sono capaci di creare di più. Tali monumenti meriterebbero davvero un doveroso approfondimento da parte di studiosi competenti in materia, che non sono certo io.

E’ un atto dovuto alla Storia. Ed io ho sentito il dovere di dare un mio piccolo contributo, di raccontarlo a modo mio, anche a costo di sbagliare. Sono tanti ovviamente gli interrogativi che restano aperti, ma senza andare a scomodare le forze della natura, i giganti, i ciclopi e i briganti, basterebbe semplicemente studiare ciò che è sotto gli occhi di tutti. Magari con gli occhi di persone esperte e qualificate, per dare una logica ad un mistero che è alla luce del sole, e aggiungerei, della luna e delle stelle, e che chiede di essere svelato.

Sarebbe bello vedere, arrivando a Campana, un nuovo cartello turistico, in sostituzione di quello ormai sbiadito, con su scritto: ” Incavallicata- Il Tempio di Annibale Barca”. Senza inventare nulla, e chiamando le cose col nome ed il cognome di chi ha voluto lasciare un ricordo a Campana
 
Isidoro Vaglico
 
L’unico dovere che abbiamo nei confronti della storia è quello di riscriverla. (Oscar Wilde)
 
 

A cura di Carmine F. Petrungaro
Campanaelefante.com
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Isabella Cosentino  - La nostra storia sotto forma di mito....   |2015-04-18 17:39:43
"La tendenza principale
della stilizzazione popolare
è quella verso il mito:
tendente a
restituire
il mondo sotto forma
di una fissità
leggendaria o magica.."

Pasolini,
9-202.

Il mito non è favola.., ma è una realtà storica che si adatta al racconto di
accadimenti..., interpretando le categorie di un tempo di grammatica di narrazioni che, a sua
volta, condiziona le categorie esistenziali del tempo.
Ecco la motivazione per cui tra la
lingua tramandata, scritta o parlata, e l'esperienza del mondo c'è un rapporto
mono-direzionale..., anche se... il pensiero antecede sempre la testimonianza !!!!...
Vorrei
proporre alla curiosità intellettuale di tutti noi lettori la considerazione attendibile e, a
mio parere, armoniosa , dello storico e archeologo italiano, Marco Attilio Levi, studioso di
storia romana, in La Grecia antica, [Torino, Utet, 1963,p.373]:
"...accanto alla forma
tracica del mito e del culto di Dioniso vi era la forma asiatica del Dio proveniente dalla
Frigia, che portava il nome lidico di Bacco, il dio delle feste Lenne e Antesterie, comuni alle
popolazioni dell'Attica e a quelle ioniche dell'Asia Minore.
Questa forma di culto a Dioniso
era collegata a simboli fallici, cioè a riti inerenti alla fertilità della terra, che quindi
comprendevano anche la viticoltura.
Nella religione misterica pi√Ļ evoluta, il culto
dionisiaco è quello del Dio dell'anima, il quale si collega , quindi, a Demetra, come Dea
collegata all'oltretomba." E ancora: "... nei culti misterici convengono quindi forme
popolari di comunione mistica con le divinità e forme altrettanto popolari di culti agricoli,
indirizzati alla celebrazione delle varie fasi della coltivazione della terra".
E come ci
sussurra Lev Tolstoj: "Descrivi il tuo villaggio e racconterai il mondo...".
Grazie

Isabella Cosentino
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