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Calabria Terra di Tori e Vitelli
Scritto da Carmine F. Petrungaro   

Video - Calabria Terra di Tori e Vitelli - Calabria Terra di Tori e Vitelli - Si dice che nei tempi antichi, quando Roma era ancora un piccolo villaggio, la Calabria era già conosciuta come Italia, “terra di tori e vitelli”. I primi coloni greci chiamavano le popolazioni della costa jonica Italoi o Vituli. Il nome significherebbe “abitanti della terra dei vitelli”. Il toro era il loro animale totem, sacro e divinizzato. Praticavano la pastorizia e la transumanza. La tradizione ha attraversato i secoli e i millenni. Il filo conduttore con il passato non si è mai interrotto. La Calabria è ancora terra di tori e vitelli.

 

 

La Calabria è una regione ricca di natura, sembra una frase confezionata, ma basta salire sugli altipiani della Sila per capire quanto quei monti siano vivi e ricchi di fascino e di storia. E così, per andare alla scoperta di quel mondo appenninico, mi metto d’accordo con Domenico Germinara, allevatore di Podoliche, che mi invita alla sua malga, vicinissima al Monte Botte Donato. È una mattina di luglio. Sono le 5.00 quando suona la sveglia. Stropiccio gli occhi e cerco di guadagnare qualche minuto ancora tra le coperte, ma il caffè è già pronto e il suo profumo mi tira fuori dal letto. Do uno sguardo dalla finestra. Vedo il profilo velato del Monte Calamacca. Il cielo non promette bene. Nubi scure si addensano sulle colline antistanti. Mentre sorseggio lentamente il mio caffè amaro, fissando il cielo, arriva Domenico con il suo pick up. Lui è convinto che dopo ci sarà la schiarita. Ma in quell’istante comincia a piovere. Allora quasi quasi ci ripenso. Domenico invece è convinto che strada facendo troveremo buon tempo.

Partiamo in quattro da Campana; Domenico Germinara, suo figlio Emanuele, Peppino Parrotta e il sottoscritto. Le strade sono ancora deserte. Dai bar si sentono le voci dei turisti mattinieri, che stanno consumando il loro cornetto e caffè. Anche loro sperano nel bel tempo sulla costa jonica. Usciamo dal paese e ci dirigiamo verso la Sila. Superiamo le località Cozzo del Morto e Piano di Guerra, luoghi che rievocano epoche remote e antiche. L'espressione sul mio volto si fa cupa. Quella che a valle è una piccola pioggia, a queste latitudini diventa un vero temporale estivo. La vita per i pastori, che vivono nelle malghe sulle montagne, è estremamente faticosa. Si vive lontano dalle città, sempre soggetti alle intemperie. Ma dopo aver lasciato la foresta della Fossiata alle nostre spalle, pian piano il tempo migliora. In quella mattinata strana, si sposerebbero le volpi, direbbero gli anziani. Attraverso uno spiraglio fra le nuvole, il sole manda raggi di luce. Comincia piano, poi i monti si accendono. Il sole sta arrivando e la natura si sveglia. Proseguiamo tra pini larici ultracentenari, i cosiddetti giganti.

Dopo aver attraversato Camigliatello Silano, un paese che dispone oggi di molti alberghi e una vasta offerta turistica per gli amanti della montagna, passiamo dal bivio di Moccone e ci avviamo sulla cosiddetta strada delle Vette, verso contrada Fago del Soldato. Dopo 64 km di curve stiamo per raggiungere la malga. Deviamo dalla strada asfaltata su un sentiero di terra battuta, poco piano. Molte malghe si possono raggiungere facilmente in macchina, ma quasi sempre su strade sterrate. Il pick up dondola ed emette un cigolio da carrozza del vecchio Far West e infine sbuchiamo in una grande culla circondata da vasti faggetipinete. L’auto disperata si ferma. Siamo arrivati alla malga. Si tratta di un fabbricato solido con il tetto ricoperto di lamiera. In questa struttura ci sono dei piccoli alloggi per i pastori e per coloro che si occupano della gestione della malga. Dal camino si innalza un fumo bianco e lento. È tutto molto suggestivo. Sento lontane le campane delle mucche sparpagliate sul tappeto erboso e tra i cespugli. Intanto alla malga tutti si muovono, sono svegli e pimpanti. Indaffarati, spostano cose da una parte all'altra, si scambiano parole o si grattano la testa. È il mese di luglio, estate inoltrata, ma nel camino è acceso il fuoco. In questa località le temperature sono molto inferiori e il clima è influenzato dalla quota elevata. Infatti, a Sud si erge con i suoi 1928 m il Monte Botte Donato, la cima più alta dell'altopiano della Sila. Per questo motivo la malga è abitata solo nei mesi estivi. Emanuele sta fermo sul sentiero ad osservare le mucche al pascolo e in lontananza. È un ragazzo sveglio, che mostra tanta voglia di aiutare il padre e gli zii ad occuparsi del bestiame. Poi, con lo sguardo fisso all’orizzonte, dice di conoscere ogni singola mucca per nome, il suo carattere e la sua razza. Dice che oltre alle magnifiche Podoliche, la mandria è composta anche da vacche Chianine. Mentre osserviamo in silenzio, ci raggiungono Domenico e suo zio Lorenzo. Lorenzo Germinara, detto affettuosamente ziu Rienzu. Uomo di grande esperienza e di carattere forte. Mandriano esperto e allevatore di bovini, da quando era ancora un giovanotto. Una vita trascorsa sui pascoli degli altipiani della Sila, sempre a vigilare sulle mandrie, a condurre il bestiame sui tratturi calabresi delle transumanze. Zio Lorenzo si aggiusta il cappello, prende il bastone e si avvia per i pascoli. Domenico ci tiene a precisare, che la varietà di bovino più abbondante nelle mandrie della famiglia Germinara è quella della Podolica di Calabria, razza antica del Sud Italia. Esclusivamente dal suo latte si ricava il Caciocavallo Silano. Poi aggiunge che sono saliti qui in malga all’inizio dell’estate, verso l’inizio di giugno, dove le mucche possono stare al fresco fino alla fine dell’autunno, quando poi si farà la transumanza verso le vallate e aree più calde. Così aggiungo che si potrebbe pensare ad una nuova iniziativa turistica e far rivivere questa antica testimonianza di cultura popolare della pastorizia in una nuova ottica. Infatti il filo conduttore con il passato è legato alla transumanza, che in Calabria e nel territorio della Sila ha una lunga storia. Una storia che si perde nei tempi delle prime civiltà di guerrieri-pastori bruzi ed enotri. Greggi e mandrie si muovono da migliaia di anni in tutto il Meridione, percorrendo centinaia di chilometri attraverso montagne e vallate. Con le prime fasi di maltempo autunnali, i pastori lasciano la Sila, il Pollino e l’Aspromonte e si spostano verso le zone più calde, dove si fermeranno fino al mese di giugno, quando la nuova stagione primaverile permetterà loro di ritornare verso gli altopiani, ricchi di pascoli verdi e di acqua. La transumanza è stata per secoli un fenomeno non solo economico e pastorale, ma anche politico, sociale e culturale, che ha segnato e plasmato profondamente il nostro territorio. Dopo queste riflessioni ci apprestiamo a raggiungere la mandria sparpagliata sui pascoli, con l’intenzione di spostarla da una zona all’altra. Mentre vado catturando immagini tra vitelli che corrono liberi, Emanuele sale tra i cespugli per incitare alcune vacche a tornare verso il pascolo. Non posso negare di aver fatto molto cammino quel giorno, ma del resto sono abituato a camminare. In ogni caso, lo spettacolo naturale che mi accompagna per tutta la giornata, vale ogni minimo sforzo. Dai prati verdeggianti ci addentriamo nel bosco di faggi e pini, in contrada Acerina, per radunare un gruppo di vacche più piccolo. In alcuni punti il cammino si fa più ripido, il paesaggio più suggestivo.

La Sila, la transumanza, la malga, la gente temprata, sono un mondo da scoprire, un’esperienza unica. Quando ci apprestiamo a tornare al paesello, vado via contento, so di aver trascorso una giornata movimentata. Sono carico da questa esperienza, che mi ha riavvicinato a uno stile di vita, che feci da bambino con i miei nonni. Mi porto dietro tanti ricordi e buoni sentimenti per i miei amici e la mia terra.

Carmine F. Petrungaro

Campanaelefante.com


 

 
 
 
 
 
 
 

 



 
 

 

 

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