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Nu Jurnu alla Fera
Scritto da Antonio Vulcano   
luned 06 giugno 2022

Nu jurnu alla fera Di Antonio Vulcano - Mi sono svegliato, presto, stamattina: alle 4 ho dato un po’ di biada e fatto bere, “ciccillu”; gli ho fatto una carezza sulle orecchie e mi ha guardato, con quelli occhioni grandi e velati di mestizia, come se avesse letto nel mio pensiero. Avevo bisogno di un asino giovane, e non c’era posto per due nella stalla. “A fera e a runza” era da sempre, l’appuntamento annuale per vendite, permute di animali. Erano i trattori di un tempo, i camion di allora, che affiancavano i massari nel lavoro dei campi. Asini per trasporto di cose e di persone, muli, per lavori di un certo impegno, buoi per arare quei terreni pietrosi della Sila. Il 6 giugno, era il primo giorno d’apertura; un filare ininterrotto partiva da Bocchigliero, lungo le cave di Parretta, Dunu, Cartacia fino ad arrivare ai primi pianori di Campana, dove su un’altura semi pianeggiante si adunavano animali di ogni specie.


Buoi, vacche, capre, pecore, asini, muli, cavalli riuniti in stazzi; sembrava, tutto, una grande arca di Noè. Quella mattina avevo percorso quelle cave insieme ad altri che andavano alla fiera per motivi diversi: per alcuni, per assolvere ad un rito- non si poteva mancare all’appuntamento e “a fera e a runza”, per altri vi si recavano, per una necessità: comprare un po’ di “faenza” per la dote della figlia, comprare un asino, come il mio caso. “Ciccillu” aveva il passo di sempre: mogio mogio, con la testa abbassata, si inerpicava per la salita di “Cartacia” seguendo i tornanti segnati da centinaia di uomini e animali, ogni tanto si fermava per i suoi bisogni corporali nello stesso punto dove un altro asino si era fermato per lo stesso motivo. Neanche una ciuccia che lo aveva da poco sorpassato lo aveva scosso dal suo andamento flemmatico e distratto da suoi gravi pensieri. Arrivammo sul pianoro della fera che il sole era già alto all’orizzonte; si sentiva già in lontananza un vocio diffuso. Ragli, belati, muggiti si mescolavano a voci concitate (si cercava sempre di tirare sul prezzo) chi doveva comprare, diminuiva; chi doveva vendere, aumentava il prezzo accompagnato da una bestemmia per fermarne il prezzo in modo risolutivo. Ci mettemmo io e “ciccillu” nella vicinanza della strada rotabile insieme ad altri asini che si annusavano, ragliavano, scalciavano… Gli tolsi il basto per fargli asciugare il sudore del cammino fatto e mi misi in aspettativa in attesa di un compratore…

Da lontano vidi un tizio con orecchino ad anello che si avvicinava guardando a destra e a sinistra; si fermava, vedeva la dentatura degli asini e proseguiva; ebbi modo di osservarlo, dall’altura dove mi ero sistemato e mi ero fatta l’idea che quello doveva essere un compratore: era quello che cercavo. Giunse dopo un po' nelle mie vicinanze:” eh! Cumpà, tu vu vinnare su ciucciarellu? disse con una risata sguaiata che metteva in mostra una bocca di denti cariati, e mentre così parlava, apriva la bocca di “ciccillu…”

Senza che io dissi nulla:” ti puozzu dare 10.000 lire e non na lira de cchiu, però, prima l’haiu pruvare”. A me non sembrava vero; il prezzo era piu di quello che speravo di ottenere, avrei comprato un asino piu giovane ed in piu mi sarebbe rimasta qualcosa; -siti u patrunu, pruvatilu e vidite che ciucciariellu v’accattati. Gli fece fare un giro intorno e nelle vicinanze e poi mi disse- “paisa’ io l’haiu pruvare a cavallu; vugliu vidire cumu si cumpurta. -Iati, iati… dissi con un po’ di titubanza.

Passò circa un quart’ora … e iniziai ad impensierirmi. Lasciai a “viertula” ad un compaesano che era nelle vicinanze e mi misi a vedere e cercare, domandando se qualcuno avesse visto uno zingaro con orecchino ad anello e un asino senza basto. Nessuno mi seppe dire nulla perché nella baraonda della fiera era difficile distinguere un asino tra i tanti animali che popolavano la fiera. Pieno di sudore per l’ansia che ormai mi opprimeva e per il caldo che faceva mi fermai un attimo su un'altura e mettendo la mano a mo’ di visiera intravidi un uomo a cavallo di un asino che battendolo a destra e a sinistra si avviava lungo la rotabile, in direzione di Campana. Non so quanto tempo ci misi per raggiungerlo, ma a me sembrò un attimo; lo aspettai dopo una curva, fermando la corsa forzata di “ciccillu” a cui non era abituato; disarcionato dall’improvvisa fermata ,lo zingaro si prostrò adducendo scuse unite a parole incomprensibili. Non gli diedi il tempo di aggiungere altro: lo lasciai in una cunetta a raccogliere per terra quei pochi denti che ancora gli rimanevano. Non vendetti più “Ciccillo”, mi servi ancora per un altro anno ed una mattina lo trovai stesso nella stalla con quei suoi occhioni mansueti e pieni di tristezza.

Antonio Vulcano


 

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