| Le Buone Ricotte di Annunziato Croce |
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| Scritto da Carmine F. Petrungaro | |||||||
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Le buone Ricotte di Annunziato Croce - E’ una mattina di Aprile. Partiamo in tre da Campana; Michele Migliarese, Giacinto Palopoli e io, Carmine Petrungaro (l’autore del sito Campanaelefante). Le strade sono ancora deserte. Dai bar si sentono le voci farneticanti dei mattinieri che stanno consumando il loro cornetto e caffè, prima di andare a lavoro. Usciamo dal paese e ci dirigiamo verso il Cozzo del Morto. L’aria è limpida e passando dall’Elefante, notiamo in lontananza lo specchio del mare con i primi riflessi del sole. Un ottimo punto per dare segnali verso la costa, alla flotta ancorata, penso. Pirro continua a frullarmi nella testa, mentre sto tarando la macchina fotografica digitale. Svincolandomi dai pensieri all’Antichità greca, ecco che ritorno al presente. Stiamo andando a trovare un pastore, il buon amico Annunziato Croce, che vuole farci vedere come si fa il formaggio e la ricotta. Buon amico, buon marito, buon padre di tre fanciulle con la quarta in arrivo e, buon pastore, che tiene il suo riparo e il gregge di capre sui colli del Cozzo del Morto. La giornata promette bene, cielo azzurro e limpido, anche se ha piovuto per una settimana intera. Quella che a valle è una piccola pioggia, a queste latitudini diventa una vera e propria tempesta di acqua e grandine. La rugiada testimonia che in questo mese le notti sono ancora fredde. La vita per i pastori che vivono sulle montagne è estremamente faticosa. Si vive lontano dal mondo soggetti alle intemperie e in un non lontano passato lo si era anche agli attacchi dei lupi. Con lo sguardo fisso verso i boschi, emergono vecchi ricordi della mia infanzia vissuta in mezzo alle capre e ricordi del mio nonno, anche lui un buon pastore. Dopo 9 km di curve siamo quasi arrivati. Deviamo su un sentiero di terra battuta, poco piano e ancora fangoso dalle ultime piogge. Sfiorando erba e felce, l’auto dondola ed emette un cigolio da carrozza del vecchio Far West.
L’auto disperata si ferma. Siamo arrivati. Notiamo il riparo dei pastore Annunziato, formato da una base di pietre e terra battuta, con pareti di legno e il tetto ricoperto di lamiera. Il riparo è circondato da pinete, querceti e castagneti. Dal camino si innalza un fumo bianco e lento. E’ tutto molto suggestivo. Sull’ultimo tratto di sentiero ci corrono incontro due cagnolini con i loro schiamazzi, che ad un tratto si fermano e ci osservano timidamente, con la testolina e la coda abbassata. Non ci conoscono. E’ molto comune
Mentre Giacinto estrae un pane indurito da un tascapane a sacco, Michele mi indica i capretti nel recinto accanto. Non ho capito perché il pane, ma intanto scappo per andare a fotografare i capretti nel loro piccolo ricovero, nel quale vengono sistemate le capre al rientro. Mentre mi avvicino al recinto, i tre capretti si voltano verso di me. Sembra che stessero aspettando il taxi. Uno giace a terra e si sonnecchia. Fanno tenerezza a guardarli. Hanno l’aria innocente e spaventata. Mi dico, ecco perché sono diventati il simbolo del cristianesimo. Ma ad un tratto mi chiedo perché sono lì anziché con le loro mamme e il loro gregge, sui sentieri del pascolo? Non mi sembra che siano troppo giovani. Devo pensare allo stomachino essiccato. Questi tre non saranno il prossimo serbatoio di caglio? Speriamo di no.
Più tardi ci avviamo per andare a cercare le capre. Di tanto in tanto ci fermiamo e ascoltiamo, per cercare di sentire le campane, che le capre portano al collo. Non si sente nulla. Facciamo più fermate, ma le capre sembrano essere troppo lontane. “Kine sa dduve sinni sunu abbissate” dice Annunziato. Così decidiamo di andare a trovare gli amici del Consorzio Bonifica, che hanno la loro piccola sede nei pressi del Cozzo del Morto.
Ma questa è un’altra storia... Ringrazio gli amici Annunziato Croce, Michele Migliarese e Giacinto Palopoli per la gentile collaborazione che mi hanno ispirato a scrivere questo redazionale e a realizzare il video. Auguro soprattutto all'amico Annunziato che svolge il duro e umile mestiere del pastore, un buon avvenire, a lui e alla sua famiglia. Carmine F. Petrungaro Campanaelefante.com Il pastore nella mitologia
Un alone di poesia circonda, da tempi immemorabili, i racconti e le leggende, aventi come protagonisti personaggi ed ambienti del mondo della pastorizia. Nei dipinti rinascimentali e barocchi i pastori vengono raffigurati sempre con visi onesti, volti teneri e fanciulleschi. Le greggi fanno da sfondo a dei sentimenti di pace e tranquillità che riempiono gli orizzonti e permeano tutto il dipinto. Molti scrittori, poeti, musicisti e pittori si sono rivolti al mondo della pastorizia per trarne spunti di serenità, messaggi d’amore per la Natura e per l’Uomo. Molto suggestiva, infine, la parabola, contenuta nel Vangelo secondo Matteo, della pecorella smarrita e del buon pastore che abbandona il gregge per andarla a cercare e salvare. La realtà, però, é ben diversa da quella sorta di mitologia che avvolge questo mondo. La descrizione di una vita beata, fonte di gioie e soddisfazioni, contenuta in libri e testi antichi, riferita ad un’attività, ritenuta a torto tra le più semplici, non corrisponde alla verità. Essa é, invece, una delle attività più povere e faticose, caratterizzata da un grande impegno fisico. Ai sacrifici di una giornata lavorativa che comincia poche ore dopo che é finita quella precedente, ad una vita di lavoro iniziata quando gli altri bambini solevano rincorrersi e giocare, ad un’infanzia e a una fanciullezza negate. A notti passate all’addiaccio sotto una coperta di stelle, a momenti di paura quando bastava un ululato per gelare le pareti del cuore, a visi di mogli, di figli non pienamente goduti e, improvvisamente, cresciuti, non hanno mai corrisposto quelle gratificazioni che ogni uomo desidera, come suggello della sua bravura e come premio alla sua fatica. Scrittori e poeti, tranne alcune eccezioni, ci hanno fatto pensare ai pastori come ad uomini felici di vivere in mezzo alla Natura. Presso i Greci questa attività era ritenuta così vicina alla Natura, al cielo e agli dei da essere oggetto d’invidia. Presso questo stesso popolo c’era l’usanza di consacrare gli animali alle divinità. Così come il lupo e il cavallo erano consacrati a Marte, l’aquila a Giove, il pavone a Giunone, la cerva a Diana, il leone a Vulcano, il corvo e il cigno ad Apollo e la colomba a Venere, in questo contesto, la pecora era un animale consacrato alle Furie, forse come contrappasso alla loro inesistente mansuetudine. Molti racconti mitologici vedono come protagonisti giovani pastori, amati dalle dee e dalle ninfe per la loro forza e bellezza o per il suono melodioso dei loro strumenti, essenzialmente a fiato, come l’ocarina, lo zufolo, la zampogna e il flauto di Pan, una sorta di zufolo complesso, composto di canne di diversa lunghezza e suono, uniti a costituire uno strumento di forma triangolare. Anche i Romani ebbero il loro pastore famoso: Faustolo che salvò, addirittura, il fondatore di Roma, Romolo, insieme al gemello Remo, nel frattempo allattati dalla lupa. Meno famosa, ma pur sempre ricordata con simpatia é la moglie di Faustolo: Acca Laurenzia.
Passando al Vangelo rimane famosa la parabola della pecorella smarrita e del pastore che, abbandonando il gregge, si muove per andarla a salvare e recuperarla. Pastori furono anche i primi testimoni della natività in quel di Betlem che vide nascere un nuovo verbo di fratellanza e di amore tra le genti.
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