Patto di Solidarietà e Umanità - Il Messaggio di Mons. Luigi Renzo
Scritto da Campanisu   

XVI Giornata Mondiale del Malato - Patto di Solidarietà e Umanità

14 febbraio 2008 - Care amiche e amici, sono lieto di riportare come di seguito la lettera contenente il forte messaggio di solidarietà e umanità ai fedeli della sua diocesi e ai Calabresi, che S. E. Mons. Luigi Renzo ha inviato a Campanaelefante.com. Esprimo la mia più viva e sincera riconoscenza e un sentito ringraziamento a Mons. Luigi Renzo, per l’affetto, l’amicizia, e la cordialità che sta dimostrando nei miei confronti.

Carmine F. Petrungaro

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PER UNA SANITA’ PIU’ UMANA E CONDIVISA
 
Ai fedeli della Diocesi 

Carissimi,

Sembra come se un flusso malefico si fosse abbattuto in questi ultimi tempi sulla sanità ed in particolare sull’Ospedale di Vibo Valentia! Tutti ci sentiamo toccati , giudici e censori della situazione. Al massimo alziamo le spalle, seccati per quanto succede, ed in attesa di non si sa quali eventi risolutori dall’alto. Talora ci improvvisiamo anche fustigatori di un sistema di degrado, di cui tutti siamo parte: ognuno con le proprie responsabilità.
 
Più che vivere la sindrome dello sfascio, più che piangere annegando nel pantano di un disagio morale collettivo o di una tragica sequenza di ventilate corruttele che sta visibilmente inquinando il nostro costume, occorre a questo punto fermarsi a riflettere perché in qualche modo siamo tutti sotto inchiesta.
 
In queste vicende di sofferenza dovremmo cominciare a leggere segni positivi, quella che don Tonino Bello, santo vescovo pugliese scomparso nel 1993, chiama “la crescita di una coscienza popolare che giudica, che controlla, che vuole rendersi conto, che non delega in bianco, che desidera chiarezza, che vuole pulizia”. E’ lui ancora che invita a sentirsi in qualche modo “tutti sotto inchiesta” e quindi tesi insieme ad abbandonare “le ipocrisie di un perbenismo di facciata”, a tornare ad essere “uomini limpidi”, innamorati delle trasparenze. Tutti inquisiti, non giudici inquisitori. Tutti impegnati a cercare spiragli di speranza.
 
Davanti all’emergenza non serve più a nulla e a nessuno puntare il dito. Occorre tutti risalire la china: politici, operatori sanitari e fruitori della sanità (pazienti e familiari). Le minacce ed i gesti del “te la faccio vedere io!”, “te la faccio pagare”, non sono risolutivi; anzi aggravano il senso di paura e di insicurezza, a discapito dell’insieme.

Spetta, pertanto, a tutti, ognuno per la parte di competenza, ricuperare la fiducia nelle e delle persone (operatori sanitari e malati), la fiducia nella struttura ospedaliera (sia pure carente), nello stile dei rapporti interpersonali (dirigenti, medici, paramedici, pazienti, familiari dei pazienti). Ci manca forse proprio questa cultura della “com-passione”, del soffrire insieme, del dialogo fiducioso, rispettoso e non arrogante.

I mass-media in questo possono svolgere un ruolo determinante, senza nulla togliere al diritto-dovere di informare. Ma anche l’informazione non può scatenarsi solo per una specie di “caccia all’untore” mediatica.
 
Senza mistificare nulla, a tutti tocca l’obbligo morale e l’impegno urgente di lavorare per un ambiente rasserenato e di fiducia. Un clima di minaccia incombente genera solo paura ed insicurezza a discapito prima di tutto del paziente: quanti ricoverati vengono salvati, per esempio, in tempo perché il medico può intervenire senza le pressioni morali della struttura, delle famiglie e della pubblica opinione.
 
La ricchezza di umanità ed i legami di solidarietà tra medico-paziente-familiari costituiscono il vero capitale sociale su cui riprendere decisamente quota ed investire.
 
In questa fase credo sia doveroso smuoversi tutti, chiederci dove vogliamo arrivare con l’assistenza sanitaria, spenderci per migliorare, oltre la struttura ospedaliera, le dinamiche che derivano dal prestare cura a chi soffre. Dobbiamo crederci sul serio che è possibile risollevarsi e rilanciarsi. 
 
Frequentare le persone sofferenti significa imparare ad ascoltare di più, ad incoraggiare e a compiere i servizi più umili per aiutare l’altro, a non fuggire dalla realtà quotidiana. Chi accompagna i sofferenti deve essere capace di rinascere ogni giorno, cioè di rileggere i propri comportamenti e vissuti con lo sguardo e l’attesa accogliente dell’altro, entrando in un rapporto di empatia convinta e condivisa.
 
La solitudine relazionale è la prima malattia da sconfiggere anche a livello strutturale ed istituzionale. Investire nell’industria della sanità per trarre profitto dalla malattia altrui non è segno di civiltà e umanità. Il malato, cioè, non può essere considerato una risorsa produttiva, come purtroppo sembra prevalere nell’attuale politica sanitaria, né la funzionalità di un’Azienda Sanitaria si misura dalla capacità di far quadrare il bilancio, o di chiudere in attivo. Anche in questo sarà opportuno ravvedersi nelle sedi decisionali.
 
“La misura dell’umanità  - scrive Benedetto XVI -  si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana… Accettare l’altro che soffre significa assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia”. (cf. Spe salvi, n. 38) La sofferenza di uno è la sofferenza di tutti.
 
Ed il Papa continua: “Soffrire con l’altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell’amore e per diventare una persona che ama veramente: questi sono elementi fondamentali di umanità, l’abbandono dei quali distruggerebbe l’uomo stesso”. (cfr. Spe salvi, n. 39)
 
Concludo esortando tutti  - me per primo -  a cambiare rotta e a rinnovarci interiormente con decisioni radicali, profonde, che significhino in noi una svolta decisiva affinchè  - superate le emozioni momentanee -  si possa arrivare a maturare una cultura nuova nello spirito di quella “calabresità accogliente” che ha sempre delineato e caratterizzato la nostra identità.
   
Sono un sognatore? Un utopista?
 
A riguardo mi piace riprendere un passaggio del mio Primo Messaggio alla Diocesi (luglio 2007): “Quando tutto sembra crollare, quando lo stesso amore corre il rischio di spegnersi sopraffatto da mille problemi, ecco la speranza vigile e pronta a riaccendere l’amore e questo a ridare forza alle ragioni della speranza. L’uomo non può fare a meno dell’altro ed insieme riaccendono il futuro. Un po’ come la reazione a catena dei gas del sole: il loro scoppiare non è autodistruzione, ma un reciproco autoalimentarsi per riprendere vigore”.
 
E poi non dimentichiamo  - noi credenti -  che la speranza è fondata non sulle nostre forze umane, ma sulla certezza della risurrezione di Gesù Cristo e, quindi, dell’amore e della fedeltà salvatrice di Dio.
 
Non lasciamoci prendere allora dalla tentazione che la speranza è un’utopia impraticabile. Sarebbe un voler rinunciare al nostro futuro. Del resto nella terra di Campanella l’utopia, la speranza, non può che essere di casa e di stimolo ad osare di più.
 
Con questo auspicio e senza semplicionerie sentiamoci tutti chiamati a crescere sia a livello del sapere, sia a quello del “saper essere” e del “saper fare”, in un processo formativo complessivo in cui spiritualità e professionalità vanno perseguiti con uguale attenzione ed intensità.
 
Affido il tutto alla saggezza ed alla buona volontà di ciascuno nella certezza che è il Signore in primo luogo a mettersi dalla parte degli ultimi e dei perseguitati.
 
Il Signore e la Madonna ci guidino con la loro vigile protezione.
 
Mileto 11 febbraio 2008, Giornata del malato
 
+ Don Luigi Renzo

 

 
XVI GIORNATA MONDIALE DEL MALATO - Ospedale Vibo: patto di solidarietà e umanità
 
Lunedì 11 febbraio 2008  -  il Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria Provinciale, dott. Domenico Stalteri, intervenendo all’Ospedale “G. Jazzolino” in occasione della concelebrazione eucaristica presieduta da  S.E. Vescovo Mons. Luigi Renzo, sulla XVI giornata mondiale del malato, dopo aver ringraziato il presule per l’iniziativa che consolida nel tempo i solidali rapporti tra sanità e chiesa ha colto la circostanza per condividere in pieno il patto di solidarietà e umanità proposto da Mons. Luigi Renzo.
 
”Investire nell’industria della sanità per trarre profitto – dalla malattia altrui non è segno di civiltà e umanità”. E’ quanto scrive mons. Luigi Renzo, vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, nel messaggio alla diocesi per la prossima Giornata mondiale del Malato, che si celebra l’11 febbraio. “Il malato – spiega il presule - non può essere considerato una risorsa produttiva, come purtroppo sembra prevalere nell’attuale politica sanitaria, né la funzionalità di un’Azienda Sanitaria si misura dalla capacità di far quadrare il bilancio, o di chiudere in attivo. Anche in questo sarà opportuno ravvedersi nelle sedi decisionali”. Quanto ai recenti episodi che hanno visto al centro la sanità calabrese, il vescovo commenta: ““Sembra come se un flusso malefico si fosse abbattuto in questi ultimi tempi sulla sanità calabrese ed in particolare sull’Ospedale di Vibo Valentia!”. “Tutti ci sentiamo toccati – prosegue - giudici e censori della situazione. Al massimo alziamo le spalle, seccati per quanto succede, ed in attesa di non si sa quali eventi risolutori dall’alto. Talora ci improvvisiamo anche fustigatori di un sistema di degrado, di cui tutti siamo parte: ognuno con le proprie responsabilità”.

Fonte:SIR - Servizio Informazione Religiosa


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